Negoziati falliti in Libano, Aoun resta solo

Gian Micalessin

da Beirut

L’illusione svapora nei solleoni di Beirut e un Gattopardo sornione gratta alla porta. «Cambiar tutto per non cambiar nulla», sussurrava qualcuno. Ora se n’è convinto anche il settantenne generale Michel Aoun. Era rientrato dopo vent’anni d’esilio con l’idea di cambiare il Paese. Dopo due settimane alza bandiera bianca e abbandona l’idea d’una coalizione con le forze di quell’opposizione anti siriana nata dopo l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. «Non riusciamo ad accordarci - ha dichiarato ieri il generale - e quindi andremo allo scontro». È più una resa che una dichiarazione di guerra. Nelle elezioni che iniziano domenica a Beirut e terranno banco per quattro settimane nelle diverse circoscrizioni del Paese non vi è spazio per la battaglia. Tutto è stato deciso dalle alleanze pre-elettorali e Aoun risulta già sconfitto a tavolino. Anzi, più che sconfitto, emarginato. I drusi di Walid Jumblatt non lo vogliono. Saad Hariri, figlio e successore del premier assassinato, ne fa volentieri a meno grazie all’alleanza con la più gestibile vedova dell’ex presidente falangista Beshir Gemayel che gli porta in dote la quasi totalità dei seggi di Beirut. In queste condizioni Aoun poteva pietire una manciata di poltrone parlamentari, ma non certo decidere. Tanto meno poteva metter fine, come promesso, a un sistema confessionale basato sul potere dei grandi clan.
Lunedì il generale aveva ribadito di voler inserire nella sua lista candidati musulmani. Aveva ripetuto di non esser tornato per diventare il portabandiera della sola entità cristiana. Così ieri, fallite le trattative, il generale s’è rassegnato a correre soltanto in quel distretto centrale del Monte Libano dove ha ancora la speranza di qualche seggio. Il resto lo faranno gli accordi segreti raggiunti nel sud con Hezbollah.
Ma tra le sue file la rabbia monta. «Jumblatt e Saad Hariri gestiscono il potere con i sistemi del passato - ringhia Tony Khoury Harb, un 38enne assai vicino al generale nominato segretario per la cultura politica -, erano tutti legati a Damasco e hanno tutti contribuito a far uscire dalle casse libanesi oltre 40 miliardi di dollari. Quando il generale ha chiesto un’inchiesta sugli ammanchi gli hanno voltato le spalle. Quando ha chiesto di cancellare il sistema confessionale gli hanno imposto di scegliersi solo candidati cristiani». E a sentir Khouri Harb anche Stati Uniti e Francia non avrebbero mosso un dito. «Noi volevamo prima cambiare le leggi e le circoscrizioni elettorali imposte da Damasco per far vincere i propri uomini, ma gli americani hanno detto che i cambiamenti si faranno dopo. Per ora, secondo loro, bisogna mantenere l’ordine, garantire la sicurezza e andare a votare. Parigi invece non ha messo becco, ha utilizzato il generale solo per tornare sulla scena internazionale e rimettere un piede in Medioriente dopo lo scontro con Washington sull’Irak».

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