Nei 12 punti di Walter manca la libertà

Finalmente il Partito democratico si dota di una dottrina internazionale quasi berlusconiana. Come in campo economico, «l'Italia nel mondo che cambia» che immaginano Walter Veltroni e compagni è una scopiazzatura della politica estera del governo Berlusconi e delle migliori proposte avanzate negli ultimi anni dal centrodestra europeo: dall'Afghanistan all'Europa, passando per i rapporti con gli Stati Uniti e gli eurobond per finanziare ricerca e infrastrutture europee. Tuttavia, quanto fatto dagli esponenti nel Pd nel governo Prodi invita all'estrema prudenza: le belle parole contenute nel programma sono una scatola vuota. All'interno manca coerenza, mancano le vere sfide, manca una vera dottrina di politica estera che dia al nostro paese una direzione precisa e restituisca all'Italia il suo ruolo di protagonista al tavolo dei grandi del mondo.
L'esempio più evidente del plagio veltroniano e del wishful thinking democratico è l'Afghanistan. Nel 2001 fu Berlusconi a schierarsi con determinazione al fianco degli Stati Uniti vittime dell'11 settembre, lanciando la missione italiana al fianco degli alleati della Nato. Per il governo di centrodestra la sconfitta di Al Qaida e dei talebani in Afghanistan è sempre stata uno degli elementi centrali per arrivare alla vittoria delle democrazie sul terrorismo islamista e per la stabilizzazione della regione. Le parole del Pd echeggiano la politica berlusconiana: «L'Italia deve confermare il suo impegno nella missione in Afghanistan, decisiva per vincere la guerra al terrorismo jihadista e nella riflessione strategica sul Medio Oriente». Peccato che manchi un chiaro impegno a vincere questa guerra afghana.
Sulla questione dei rapporti con gli Stati Uniti, dopo il contraccolpo subito per l'antiamericanismo del governo Prodi, il Pd dice di essere favorevole «alla proposta di costruire uno spazio comune transatlantico in campo economico oltre che politico, che rafforzi il nucleo di base per il governo della globalizzazione e della liberalizzazione e diminuisca il rischio di crescenti protezionismi». L'idea non è di Veltroni. Ma della cancelliera tedesca e cristiano-democratica Angela Merkel e del primo ministro liberale danese Anders Fogh Rasmussen. Solo che tutti gli atti di Romano Prodi e Massimo D'Alema sono in netto contrasto con le belle parole del Pd: le barriere protezionistiche per evitare l'ingresso di AT&T in Italia, il rifiuto di sanzioni sull'Iran, le molte ambiguità sul Kosovo, le perplessità sullo scudo antimissilistico americano in Europa, la virulenza delle accuse sull'Irak. La lista è lunga, ma è chiaro che se c'è qualcuno che è in grado di riallacciare i rapporti con Washington, non è il centrosinistra antiamericano.
Anche sull'Europa, il Pd pesca nel bacino di idee del centrodestra italiano ed europeo. «Il Mediterraneo deve essere la porta sud dell'intera Unione Europea», spiegano i democratici, dimenticandosi di citare la fonte: il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che ha lanciato l'Unione per il Mediterraneo. Nel programma è addirittura ripresa alla lettera la proposta del governo Berlusconi di finanziare le reti infrastrutturali europee e della ricerca attraverso gli eurobond. Come sempre, però, la sostanza è assente. La «solida politica di sicurezza comune», evocata dal Pd, non è realizzabile senza investimenti massicci per modernizzare l'esercito italiano. La «politica dell'energia coerente con la strategia del 20/20/20» (l'idea è di Josè Manuel Barroso, il popolare portoghese che presiede la Commissione) non si può fare senza il nucleare. La «rappresentanza unitaria sui mercati esterni» dell'energia è in contraddizione con gli accordi bilaterali firmati da Prodi con la Russia. Più in generale il Pd dice di «voler rilanciare il processo di integrazione politica dell'Europa» senza specificare quali riforme siano necessarie, e «crede nell'Europa massima possibile, non in quella minima indispensabile».
Il programma di politica estera del Pd è carente su un sacco di altre cose. Sull'Irak si continua a parlare di tragico errore dell'amministrazione Bush, quando la situazione non è mai stata così buona grazie all'invio di altri soldati americani. Questa non è l'ora del disimpegno dall'Irak, ma del rafforzamento del processo di stabilizzazione in atto. Dire di volere la denuclearizzazione del Medio Oriente nel momento stesso in cui l'Iran sta lavorando all'acquisizione dell'arma atomica è un pio desiderio, tanto più se il ministro degli Esteri del Pd è contrario a sanzioni serie contro Teheran. Semmai, l'Italia dovrebbe schierarsi pienamente a favore dello scudo antimissilistico degli Usa e della Nato, perché è la sola garanzia che l'Iran o qualsiasi altra potenza nucleare non avranno un'arma di ricatto nucleare nei confronti dell'Europa. Il Pd rimane silente sulle grandi potenze emergenti come Cina, India e Russia, rispetto alle quali occorre elaborare delle strategie per non subire passivamente il loro arrivo sulla scena internazionale.
Non mancano altre belle vuote parole sulle Nazioni Unite che, come l'Europa, sono il totem della politica estera del Pd. Peccato che l'Onu, grazie a un Consiglio di sicurezza che non riesce a decidere su Iran, Kosovo e Darfur e a un Consiglio dei diritti umani la cui unica attività è condannare Israele, sia sull'orlo del fallimento. Occorre pensare a un'organizzazione internazionale che, per quanto non alternativa all'Onu, rafforzi il campo occidentale e democratico, come la Comunità delle democrazie.
Ecco, la democrazia... Nel programma del Pd la parola «democrazia» compare una sola volta, a proposito dell'Africa. Del tutto assente, invece, è la parola «libertà». È significativo: le idee, i valori e i diritti guidano la politica estera di un paese. Sul terrorismo, sull'islamismo, sul comunismo, sull'autoritarismo, sull'economia sono la difesa e l'affermazione del nostro modo di vivere democratico e liberale - «way of life», dice un democratico molto più visionario come Tony Blair - che fanno forte l'Occidente. Le due parole assenti dal programma veltroniano fanno cadere il palco di una politica estera che non c'è.
Renato Brunetta