Nel lager la colletta delle patate per placare l’ulcera di Guareschi

Alberto Vicini prigioniero nella grande fortezza a sud di Varsavia «A Natale aprirono i varchi tra i blocchi e ritrovai i miei compagni dell’Arecco, maturità del ’39»

Alessandro Massobrio

Alberto Vicini allarga la carta sotto ai miei occhi, la stende con la mano, badando che la fioca luce di questa giornata di primo autunno la illumini tutta. Dal mare, a nord, all'infinita estensione di pianure che dilaga a sud. Si tratta - come recita la legenda in rosso, sulla destra - della Carta dei campi di concentramento e di deportazione, predisposti dal nazismo nel cuore dell'Europa centrale: dalla Francia alla Polonia, passando attraverso Austria e Cecoslovacchia.
L'impressione è di sgomento e stupefazione, insieme. Sgomento per l'ampiezza di una realtà che non immaginavo così smisurata; stupefazione per l'incredibile capacità organizzativa prussiana. In previsione delle immense ondate di prigionieri che la campagna di Russia (l'offensiva Barbarossa del 22 giugno 1941) avrebbe rovesciato verso occidente, il Reich si era premunito in maniera capillare. Sull'intero territorio dell'Europa centro settentrionale aveva fatto nascere uno sciame incredibile di lager, destinati ora al concentramento ora allo sterminio degli internati.
Solo che poi gli eventi non si erano svolti come la «logica superiore della razza ariana» avrebbe lasciato prevedere. Stalingrado aveva opposto una insuperabile resistenza e la stessa struttura portante dell'impero destinato a durare mille anni aveva cominciato a mandare sinistri scricchiolii. Sicché quando, del tutto inaspettato, si abbatté sulle vicende del secondo conflitto mondiale l'8 settembre 1943, quello sciame di campi di concentramento si aprì, per poi subito richiudersi, su ben 600 mila prigionieri italiani.
Erano gli alpini, i fanti, gli artiglieri, che avevano combattuto sui Balcani e nelle isole dell'Egeo, in Russia o nella Francia occupata. Gli ufficiali si erano rifiutati di aderire alla Repubblica Sociale, i soldati avevano opposto un netto rifiuto alla proposta di arruolarsi nella forze armate tedesche. Ora tutti costoro risalivano, in convogli blindati, le strade ferrate polacche, non di rado con una comune destinazione, che si chiamava Deblin - Irena.
Costruita a 40 chilometri a sud di Varsavia, nel 1842, dall'ingegnere militare italiano Avreggio, per conto dello zar Nicola I, la fortezza doveva apparire agli sguardi di chi le si avvicinava, tra le nebbie della sconfinata pianura, come una sorta di città, sorta per incanto dal nulla. E non esageriamo chiamandola città. Deblin - Irena, collocata alla confluenza strategica di Vistola e Vispro, si diceva che, nel 1880, fosse stata organizzata per contenere una guarnigione di almeno 100 mila uomini.
Qualcosa di inconcepibile per una mente mediterranea, abituata alle sottili strisce di terra che costeggiano il mare. Ma concepibilissima in quel nord - est, lontano ed inaccessibile, dove il mare si tramuta in terra e la terra si confonde all'orizzonte col pallore del cielo.
«L'intera cerchia di mura della cittadella - mi racconta Alberto Vicini, ponendomi sotto gli occhi lo schizzo della fortezza, tracciato sul posto da Alessandro Beretti, il pittore che a partire dal '43 condivise con gli altri prigionieri italiani la prigionia polacca - costituiva la caserma. Una caserma divisa in sei grandi blocchi, rigidamente non comunicanti tra loro, se si esclude il quarto, adibito ad ospedale, grazie a cui le notizie in qualche modo riuscivano a filtrare».
Lei dove venne alloggiato?
«Nel terzo blocco. Un angolino in quell'immensità. Pensi che le pareti erano tanto spesse che per riuscire a raggiungere ed aprire la finestra, occorreva inoltrarsi in un cunicolo di almeno due metri e mezzo di lunghezza».
Com'erano composti gli altri blocchi?
«Intanto c'era il blocco - ospedale, dove con particolari permessi si potevano incontrare altri prigionieri. Una volta, per esempio, mi fu consentito di far visita ad un amico che si era ustionato con l'infuso di tiglio bollente che ci davano come bevanda, la mattina. A Natale poi i nostri carcerieri vollero stupirci con la loro generosità. Vennero aperti i varchi tra i vari blocchi per ben tre ore. La speranza di incontrare parenti ed amici era sempre presente, tanto più che era trapelata voce che dall'altra parte ci fossero non pochi genovesi, addirittura qualche ex studente del liceo Arecco. Avevo già trovato con me, al terzo blocco, il mio caro compagno di scuola Ranieri Sannazzaro ed ora vagavo con lui all'interno della fortezza, in cerca di qualche volto noto. L'estensione della cittadella, tuttavia, ed il numero dei prigionieri rendevano quella ricerca un'ardua impresa. Ma sulla scorta di vaghe indicazioni, proseguivamo attraverso incredibili corridoi, scalette ed anditi. Infine, ecco aprirsi una porta e, seduti ad un tavolo, tra i “castelli”, mi appaiono moltissimi amici di un tempo. Praticamente, mezza classe dell'Arecco, maturità 1939. Non sto a raccontare la sorpresa e la gioia che quasi mi bloccarono là, come una statua, incapace della spontanea reazione. Tanto che solo gli abbracci e le urla mi riportarono in terra».
Alberto Vicini si ferma un attimo. I ricordi, a volta, irrompono con la violenza di un uragano ed allora davvero occorre affondare bene nel presente le proprie radici per non essere trascinati indietro dal vento del passato.
Ci furono mai pressioni sui prigionieri per una adesione alle forze del Reich?
«Non alle forze del Reich, ma alla Repubblica Sociale, sì. Questa opera di convincimento venne messa in atto dai nostri carcerieri, soprattutto nel periodo compreso tra il novembre del '43 ed il marzo '44. Ma il risultato fu assolutamente scarso, neppure il dieci per cento degli internati. La domanda era sempre la stessa: volevamo optare per Badoglio o Mussolini? E la risposta non poteva che essere: noi siamo ufficiali del re e scegliamo il re».
Che cosa accadeva a chi invece aderiva?
«C'era la possibilità di ritornare in Italia, anche se molti, rientrati in patria, si sono poi dati alla macchia».
Dottor Vicini, lei mi ha parlato di alcuni personaggi noti, che furono suoi compagni di prigionia. Mi vuol raccontare quanto si ricorda di qualcuno di loro?
«Certamente. Il primo che mi viene alla mente è senza dubbio Giuseppe Lazzati, perché è sempre stato con me, nel corso della prigionia. Anche se fu a Deblin che lo ebbi più vicino, perché facevamo parte del medesimo blocco. Lazzati, che avrebbe poi costituito con Dossetti e Fanfani il gruppo dei celebri “professorini” della DC del primo dopoguerra, era allora un giovane uomo trentenne, che era stato richiamato in servizio nel corpo degli alpini. Il fascino esercitato dalla sua parola e dal esempio cristiano del suo comportamento (le faccio notare che a suo riguardo è in corso un processo di beatificazione) era davvero notevole. Le sue lezioni, le sue conferenze erano sempre gremite di ascoltatori, anche se quel successo dovette ad un certo momento dar fastidio a qualcuno. Perché ben presto egli venne, in qualche modo, isolato. Tuttavia molto spesso la domenica, quando mancavano cappellani militari per celebrare la messa, Lazzati sostituiva il rito eucaristico con una meditazione sul vangelo, che noi scherzosamente chiamavamo “messa secca”. Ecco, a molte di quelle “messe” io ho presenziato e devo dirle che davvero ne rimasi profondamente turbato. Sarei davvero felice se il processo di beatificazione andasse in porto».
Se non sbaglio, Lazzati era anche uno dei pochi prigionieri ad avere contatti epistolari con l'esterno?
«Senza dubbio, grazie all'organizzazione cattolica che in Germania era molto efficiente e ramificata. Anzi, spesso, mi è accaduto di riflettere sulla assurdità delle accuse rivolte a Pio XII circa il suo presunto silenzio a proposito delle persecuzioni antisemite di Hitler. Probabilmente se il pontefice fosse giunto ad una rottura nei confronti del governo nazista, quel po' di bene che la Chiesa era in grado di svolgere a vantaggio non soltanto di ebrei e italiani ma dell'umanità intera, sarebbe andato completamente perduto».
Ma lei, nel corso della prigionia, ha conosciuto anche Guareschi, non è vero?
«Verissimo. Deve sapere che a Deblin furono inviati quasi tutti gli ufficiali italiani prigionieri, non meno - a mio parere - di otto/diecimila persone. Gli altri, tra i quali anche Giovanni Guareschi, vennero sistemati in alcuni campi vicini. Lo scrittore finì, ad esempio, a Beniaminovo. Il nostro incontro avvenne, invece, alcuni mesi dopo, in un altro lager ai confini dell'Olanda, dove eravamo stati trasportati sotto la spinta dell'avanzata russa da est».
Che cosa si ricorda di lui in particolare?
«Beh, innanzi tutto la sua volontà di tener alto il morale di noi tutti, leggendoci le storie che scriveva. Ogni sera, girava per le camerate, con i suoi racconti, che poi pubblicò più tardi nel libro Diario clandestino. Guareschi soffriva a quel tempo di un ulcera allo stomaco, per cui il vitto che ci propinavano (la sbobba di piselli e carote) per lui era micidiale. Stava tanto male che i suoi superiori insistevano perché aderisse alla Repubblica Sociale in modo da poterlo far tornare in Italia. Ma Guareschi fu sempre irremovibile. A questo punto, entrammo in azione noi, i suoi compagni di camerata. Lei mi chiederà: come? Glielo spiego subito. Tassandoci ciascuno di un pezzetto di patata».
In che modo?
«È presto detto. Riuscivamo tra tutti a riempire il coperchio della gavetta, che ci serviva da piatto, di frammenti di patata, sottratti al nostro rancio. E noti bene che per riuscire ad ottenere un quarto di questi preziosissimi tuberi occorreva sottoporsi ad una meticolosa operazione di spartizione e divisione. Quasi si trattasse del bilancino del farmacista. Comunque sia, Giovannino Guareschi alla fine riusciva sempre ad evitare la sbobba ed inghiottire qualcosa di caldo, che gli evitava oltretutto i terribili bruciori di stomaco. Vede? È così che ho imparato a ringraziare il buon Dio per quello che mi arriva nel piatto. E lo faccio ancora oggi come allora».
E mi guarda, mentre fuori il cielo grigio sembra ricordare quello ancora più grigio di Deblin - Irena.