Nel magico delirio dell’immobilità

Quasi mezzo secolo di versi dominati da sospensione del giudizio e stabile visionarietà

Da anni la critica fatica non poco, quando s’ingegna a cercare d’inquadrare Giampiero Neri. E ne ha cercato antesignani, maestri in ombra o luce. Con l’esito di rimarcarne, ogni volta, l’unicità assoluta. In verità, se scrivere versi significa, scolasticamente, mettere in forma la vita, e se la forma può essere tale da rendere ancora avvertibile quella stessa vita ma da lontano, con un distacco scettico o con ironia che la rende puro spettacolo per la mente, ecco spiegato, in pillole, perché Giampiero Neri è tra i maggiori poeti italiani. Uno dei rari per i quali la nitidezza formale, la chiarezza non risulta da un lavoro di lima retorica ma da un «pathos della distanza» viscerale.
Certo, nei libri di Neri il mondo è riguardato dall’alto. Trasformato, reso tollerabile ma non perso di vista o abbandonato. Orrori, tragedie e splendori (rari) restano. Fissati dallo stile, dalla sapienza verbale, dal nitore d’un lessico che si mantiene ossessivamente medio, mai ricercato, men che meno alto. E da questo punto di vista, la compostezza delle pagine è il risvolto d’uno sguardo che sa essere frontale, durissimo verso l’esistenza. L’impersonalità che attraversa i versi di Neri è, in fondo, il segnale di una forza estrema, forse di attitudine al dolore. Sicuramente, di una imperturbabilità che si è formata negli anni fino a guadagnare il momento in cui la vita è neutralizzata, vista al di qua o al di là di bene e male.
È una sorta di sospensione di giudizio sull’essere e sulle cose, il momento topico e decisivo a partire dal quale Neri inizia a scrivere. E il tono unico, inimitabile che caratterizza i suoi versi e poemetti consiste nell’aver saputo «inventare» il colore verbale da attribuire a un mondo finalmente sottratto e liberato da valutazioni, punti di vista soggettivi, particolarismi caratteriali. La visionarietà di Neri non mira al movimento ma alla stabilità, a sottrarre cose e figure al tempo per realizzare, in fondo, quel grandioso «delirio di immobilità» di montaliana memoria. Il lettore, qualora decida di ripercorrere l’itinerario poetico d’un autore nato nel 1927 e che pubblicò il primo vero libro nel ’76 (tardi, dunque, secondo le carriere medie), non scordi mai che dietro quella dolcissima, affascinante impassibilità c’è dell’inquietudine, del sottomovimento. E della sofferenza reale, del trauma. E che raramente come in questo caso un’opera è stata per chi l’ha scritta uno strumento di sopravvivenza silenziosa, un lavoro necessario.

Giampiero Neri, Poesie 1960-2005 (Mondadori, pagg. XIX-203, euro 11).