Nel mondo il Cav conta più di Sarkò

Ma la Chiesa non era in declino? E Berlusconi un leader talmente sputtanato da essere indegno di rappresentare l’Italia? E vogliamo parlare di Putin? Da circa un decennio viene descritto come un nuovo satrapo, mandante di crimini di ogni genere; insomma, un tipo poco raccomandabile, da cui è meglio stare alla larga. Tra il celebratissimo Obama e il presidente della Cina, di cui il grande il pubblico nemmeno ricorda il nome, non c’è gara, in termini di prestigio e influenza. E invece scopriamo, leggendo Forbes, che il mondo non va come scrivono i giornali. O meglio: che il clamore mediatico, tanto più se scandalistico, influisce molto meno di quanto si pensi comunemente.
La classifica degli uomini più potenti del mondo, rappresenta infatti la sconfessione di molti luoghi comuni veicolati all’opinione pubblica tramite la stampa. Provate a chiedere ai tedeschi un giudizio sulla Merkel. Vi diranno che è troppo prudente, che non è all’altezza delle aspettative, che non governa bene. Eppure Forbes la colloca al sesto posto, prima tra i leader europei. I francesi sono persuasi che il loro Paese, per quanto non più coloniale, sia ancora molto influente; eppure Nicolas Sarkozy risulta appena diciannovesimo, staccato di ben cinque lunghezze da Silvio Berlusconi. Orrore, sconcerto, meraviglia.
Ma il Cav non era finito? Non era impresentabile a livello internazionale, lo zimbello che getta discredito sul nostro Paese? La risposta più ovvia è: sì. Secondo logica, d’altronde: alla stampa le storie di sesso e potere piacciono moltissimo, tanto più se riguardano Berlusconi. Da circa un anno le notizie delle sue avventure sessuali, vere o presunte, campeggiano sulle prime pagine di giornali e siti internet, corredate dai commenti di autorevoli editorialisti, che con toni irriverenti, sarcastici, sdegnati, si chiedono come il popolo italiano possa tollerare di essere guidato da una persona così immorale. E, dunque, sancendone, implicitamente, l’esclusione dal salotto buono del mondo. Un reietto. Punto. Anzi, no.
La classifica di Forbes dimostra che quando si tratta di misurare l’effettiva influenza di un Paese e del suo leader, i criteri decisivi non sono quelli urlati dalla stampa, bensì altri. Criteri che rispecchiano le regole non scritte di un mondo globalizzato, in cui le istituzioni nazionali non sono più sufficienti a determinare lo status di un leader. Il potere politico si depotenzia se non è abbinato a quello economico, alla capacità di farsi ascoltare, di esercitare la propria influenza in diversi modi.
Il Cav è così in alto in classifica perché presidente del Consiglio, fondatore di un impero mediatico, ma anche perché miliardario e proprietario di una squadra di calcio di fama mondiale. Secondo Forbes, Milan e Mediaset e Palazzo Chigi e un fornitissimo conto in banca valgono più della poltrona dell’Eliseo su cui è seduto Sarkozy, il quale non può vantare altre attività di successo. Nemmeno il comando di un arsenale nucleare gli permette di salire in classifica. È un’altra strana verità della nostra epoca: la forza militare in un mondo globalizzato, non è più preminente.
Considerazioni analoghe valgono anche per la Chiesa cattolica. Papa Benedetto XVI è stato massacrato mediaticamente, come ben sappiamo, diffondendo l’impressione che il cattolicesimo sia in rapido e vistoso declino. Invece la sua capacità di mobilitare oltre un miliardo di fedeli, l’ascendenza spirituale, le ricchezze che rappresenta e talvolta fa amministrare ai suoi prelati, il prestigio di un’istituzione plurisecolare contano ancora tantissimo, garantendogli addirittura la quinta posizione.
A discendere la china, invece, è proprio l’America, che i media considerano l’unica superpotenza al mondo, proiettando al 2050 l’ipotetico sorpasso cinese; il quale in realtà è già avvenuto, perlomeno se si tratta di pesare il potere, come ha fatto Forbes. E l’opaco, imperscrutabile Hu Jintao riesce a strappare il comando all’ipermediatizzato, universale Barack Obama.
Cadono altri miti. Da quando l’euro ha scalzato la lira, il governatore della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, tiene in pugno l’Italia, ma in classifica è un passo dietro Berlusconi; il quale, peraltro, è anticipato, sempre di una lunghezza, da un altro tycoon dell’editoria, Rupert Murdoch.
In India Sonia Gandhi (nona), pur essendo solo il leader del Partito del Congresso, vale il doppio del premier Manmohan Singh (diciottesimo). E il premier israeliano Benjamin Netanyahu, temutissimo dall’opinione pubblica araba, è praticamente alla pari con la Guida suprema iraniana, Alì Khamenei, attorno al 25esimo posto.
Insomma, l’apparenza inganna. E Berlusconi, per una volta, ride.