Nel nome del popolo sovrano

Prima o poi il viandante che annunzia la notizia riuscirà a farla giungere a chi deve ascoltarla: l’Ulivo (e il Partito democratico che gli succedette) è morto. Le primarie fatte per eleggere Prodi sono state annullate da quelle fatte per eleggere Veltroni, quelle che volevano designare un presidente del Consiglio sono servite per eleggere successivamente un segretario di partito. Veltroni ha delegittimato Prodi ed ora Parisi vuole cacciare Veltroni. È una lotta di componenti?
No, è la crisi di una formula, quella di imitare il popolo di Berlusconi, popolo reale innanzi alle urne elettorali, con primarie interne ai partiti di sinistra, sostituendo un popolo delle clientele al popolo dei voti reali. Si creavano assemblee enormi, si eleggevano costituenti con 2.200 delegati: e tutto era fatto per nascondere la vera realtà dell’Ulivo e del Pd, cioè quella di essere il Partito comunista storico alleato con la Democrazia cristiana storica della sinistra di Base. Era l’alleanza che aveva presieduto alla grande distruzione dei partiti democratici occidentali nel ’92-93, a opera di Di Pietro che è ancora li presente e dominante. A ricordare che il vero costruttore del potere della sinistra è stato lui, il braccio politico della magistratura divenuta essa stessa cervello politico. È questa costruzione che giace per terra, perché voleva costituire un popolo con dei simpatizzanti di partito invece che militanti e far passare come democrazia diretta quello che era in realtà l’esempio di una democrazia tre volte delegata. Una democrazia non di Parlamento né di elettori, ma di autocandidati.
La verità che non si poteva dire era quella che in realtà si era potuta a lungo fare: cioè l’unità in una medesima combinazione politica di comunisti e democristiani che volevano definirsi in nome delle loro antiche identità pur unificandosi. La volontà di nascondere la sinistra in un partito di centro cattocomunista senza contenuto ideologico, senza rivoluzione e senza speranza, senza riforma e senza identità, ha distrutto la sinistra italiana e ha fatto della maggioranza di Berlusconi una maggioranza di Stato sul tema dello Stato.
Non posso vincere l’impressione che il 12 e 13 aprile 2008 ripeta il 18 aprile del ’48, cioè dia vita a un altro gruppo dirigente, proveniente da forze che sono fuori di quella che si può chiamare prima Repubblica appunto per questo: per il cambiamento delle forze politiche determinanti.
Berlusconi, il Popolo della libertà, la Lega Nord, il Movimento per le autonomie e i vari associati sono un’altra storia. Queste forze vengono tutte dall’affermazione che il popolo sovrano, che si manifesta nel corpo elettorale e nel Parlamento, è la prima Costituzione della democrazia e che volerla bloccare con la lettera della Costituzione del ’48, come ha fatto il Quirinale sino a Napolitano (escluso) con la Corte costituzionale, con la magistratura, con gran parte della cultura alla lettera della Costituzione scritta è impossibile.
Troppo rigido è il quoziente per il cambiamento della Costituzione richiesto dall’articolo 138.
La Costituzione scritta è diventata un blocco della costituzionalità reale che è la democrazia in crescita, la partecipazione in aumento, la volontà di contare del corpo elettorale, di determinare la scelta del governo, sono la dinamica della democrazia. E questa dinamica della Costituzione e della democrazia non si può fermare alla lettera del testo scritto di cui la Corte costituzionale è divenuta il gendarme. Democrazia contro Costituzione rigida, corpo elettorale contro Corte costituzionale e magistratura: questa è la crisi dello Stato italiano.
Rifondare democrazia, Stato e Costituzione erano gli scopi della Dc nel ’48; e oggi sono gli stessi del Popolo della libertà e dei suoi alleati. In questa chiave lo scontro tra Berlusconi e i giudici è il momento centrale della democraticità della nostra Costituzione che ha per centro la sovranità popolare del popolo nel suo voto diretto e nel Parlamento. Questa è la norma base della Costituzione italiana, quella scritta nei cuori e nei costumi, il resto è dettaglio. La grande crisi tra Costituzione scritta e sovranità popolare è cominciata.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it