Nel seminario le vocazioni nascono per gioco

«Siamo come una famiglia: d’estate ci trasferiamo in montagna in tenda per fare sport e meditare»

Angelo Coriandolo

da Arenzano

Una risata gioiosa, seguita da un giovanissimo, festoso clamore: pare essere questo il biglietto del Seminario di Gesù Bambino di Arenzano, attiguo all'omonimo, celebre Santuario. Affacciato sul mare, il Seminario Minore dei Carmelitani è sorto nel 1951 per iniziativa dell'allora padre provinciale Anastasio Ballestrero, divenuto poi Arcivescovo di Bari, Torino e Presidente della Cei. «Una felice idea, la fondazione di questo Seminario, attuata con tanta fiducia in Gesù Bambino e nella bontà dei ragazzi che non avrebbero tardato a rispondere alla chiamata di Gesù» sottolineano i Padri formatori. E i fatti sembrano dare ragione a quella felice intuizione: oggi il Seminario minore di Arenzano accoglie la bellezza di venticinque giovanissimi tra i nove e i diciassette anni e si pone in netta controtendenza rispetto al desolante panorama di penuria vocazionale. «Quest'anno è particolare: accogliamo infatti anche un bambino della classe quarta della scuola primaria. Solitamente la fascia di età interessata va dalla quinta primaria alla terza liceo classico» spiega sorridendo Fra Marco dell'Angelo Custode, classe 1979: «Gli adolescenti che vivono l'esperienza del nostro Seminario minore qui ad Arenzano - prosegue il giovane frate carmelitano - provengono da tutto il Nord Italia: Lombardia, Piemonte, due dalla Sardegna, uno da Pietrabruna (provincia di Imperia) e uno da Baiardo un paesino sulle alture di Sanremo. Alcuni sono di origine ecuadoriana e domenicana». La giovinezza pare essere davvero la nota dominante al Seminario di Arenzano: il Rettore, Padre Michele Goegan, è uno sportivissimo ventottenne. Collaborano con lui Padre Marco Chiesa (29 anni), Padre Davide Sollami (28 anni) Padre Franco Bretoni e Padre Vittorino Corsini (55 anni), Fra Marco Pesce (22 anni), oltre al già citato Fra Marco. Secondo di tre figli, Fra Marco dell'Angelo Custode, al secolo Marco Cabula, ventisei anni, nato e cresciuto a Genova Sampierdarena, è approdato qui grazie a un semplice disegno… «Era il 1987, ricordo quel giorno come se fosse oggi, frequentavo la seconda elementare, la mia maestra mi propose di partecipare al tradizionale Concorso Internazionale "Piccoli Artisti" promosso dal Santuario di Arenzano, il cui tema era "Il Natale" - racconta Fra Marco - "C'era la possibilità di partecipare con un disegno oppure con una poesia, per la categoria "Poeti in erba". Io ho partecipato a quella che mi coinvolgeva di più; il disegno appunto». Com'era la sua opera? «A dire il vero non era tutto questo gran capolavoro - riprende il giovane frate con il consueto sorriso - lo avevo appena abbozzato in classe per poi chiedere consigli a mia madre su come terminarlo, colorandolo un po' grossolanamente, poi ero andato a dormire. La mattina successiva, il disegno che doveva essere consegnato il giorno dopo, non era ancora ultimato». Addirittura… «Davanti ai solleciti di mia madre ho risposto prontamente: tanto se è destino che io vinca, vincerò!». Quasi una premonizione… «Fummo premiati io e una mia compagna di classe: io vinsi il Premio Spontaneità. Venni a ritirare il premio proprio in questo Seminario e mi fu consegnato da Padre Vittorino Corsini, tuttora vocazionista del nostro Seminario, che ho scoperto in quel modo». Come ha deciso di entrarvi? «Padre Vittorino e Padre Massimiliano mi invitarono ai campi estivi organizzati dal Seminario. Partecipai con mio fratello a uno di questi e in quinta elementare ho fatto la mia scelta». Le reazioni in famiglia? «I miei genitori erano un po' perplessi per via della mia età, ma io ero deciso e fu proprio questa la carta vincente». E poi? «A diciott'anni sono diventato Fra Marco dell'Angelo Custode, perché noi frati Carmelitani al nome di battesimo aggiungiamo il "cognome" spirituale. Attualmente sto terminando gli studi». Fra Marco ha pronunciato la Professione Solenne il 13 maggio nel Santuario di Arenzano, nelle mani del Superiore Provinciale Padre Giustino Zoppi. In passato è stato in missione in Africa. «Sì, tra il 2000 e il 2001 ho fatto un anno di esperienza nella nostra missione in Repubblica Centrafricana, nella zona di Yolé-Bouar dove ho conosciuto anche i Padri Cappuccini insieme ai quali è stata fondata la missione. La Yolé è una realtà davvero singolare per l'Africa» spiega Fra Marco «La nostra scuola, infatti, serve i tre seminari di quella zona: il nostro, che raccoglie circa cento ragazzi, quello dei Francescani e i seminaristi diocesani». Cosa le è rimasto impresso di questa esperienza africana? «Vede, è difficile fare una stima approssimativa dei ricordi che ti porti nel cuore da un'esperienza come la vita missionaria. Sicuramente una cosa che mai più potrò scordare sono le urla di gioia dei bimbi africani ogni qualvolta che noi missionari passavamo per la strada o arrivavamo nei villaggi. Pensi che, anche da lontano, tutti sapevano i nostri nomi e ci chiamavano…una cosa bellissima. Inoltre ho aiutato in un centro di Primo Soccorso dove, da pochi anni, è anche sorto un centro nutrizionale per i più piccoli dedicato proprio all'Angelo custode». Lei si occupava di qualcosa alla Yolé? «Sì, oltre all'assistenza dei ragazzi, curavo la Scuola di Italiano che per me era la mia scuola di francese, dato che per farmi intendere, dovevo esprimermi in quella lingua ma le assicuro che anche a seimila chilometri di distanza gustavo la stessa fraternità che sperimento qui». Torniamo ad Arenzano, allora: cosa è il Seminario minore e perché attira frotte di ragazzi? «Prima di tutto non è un collegio, ma una famiglia, il cui nucleo principale sono proprio i ragazzi. Il Padre Rettore e gli assistenti vivono momento per momento con loro, assicurando l'aiuto necessario, una parola amica e la sicurezza di non essere mai soli». E la famiglia di origine? «I genitori restano vicini ai figli: possono venire a trovare i ragazzi quando vogliono, oltre che ai frequenti raduni o alle campagne» Cioè? «Il nome tecnico è “Campagna di Ricerca Vocazionale”. Operativamente ci ritroviamo in montagna, a Fedio: facciamo le tende, andiamo in canoa, organizziamo giochi oltre a momenti di riflessione. Si crea così quel clima di famiglia che, se da un lato incoraggia la richiesta del ragazzo di entrare in Seminario, dall'altro agevola l'accettazione della famiglia a che il figlio intraprenda la via di un'educazione diversa, in un luogo dove sono coltivati determinati valori». Lo sbocco è sempre la via del convento? «Non è detto: al termine degli studi, chi esce dal Seminario minore ha comunque un patrimonio bellissimo di amicizia con il Signore. Molti nostri ex compagni di Seminario oggi sono sposati e il clima di fraternità creatosi in quegli anni è rimasto intatto. Quando vengono a trovarci, ricordiamo ancora le marachelle che facevamo a quei tempi…».