Nella Babele dei capolavori immaginari

Carrie lo legge ogni notte. Lettere d’amore dei grandi uomini è, in questo momento, il best seller dei libri inesistenti. Il saggio che ogni brava ragazza di Sex and the City non deve perdere è uno «pseudobiblium». Sono i libri immaginari. Mai scritti, mai stampati. Ma esistono, citati in altri libri, in qualche film, perfino nei fumetti. Sono quelli che Jorge Luis Borges ha visto, con i suoi occhi da cieco, nella Biblioteca di Babele.
Troppa gente ha sognato di sfogliare, magari nella traduzione bizantina di Teodoro Fileta, il Libro delle leggi che governano i morti del poeta yemenita Abdul Alhazred, quello che i moderni conoscono come Necronomicon, lì dove ci sono i misteri delle antiche religioni di Arcadia, Babilonia, Persia e Palestina. Peccato che il Necronomicon esista solo negli incubi di H.P. Lovecraft. Anche se una schiatta di scrittori racconta di averlo letto, visto, raccontato. C’è chi ha scritto che si trova nella Bibliotèque nationale di Parigi, nella traduzione latina di Olaus Wormius o nella Miskatonic University di Arkham, in Massachusetts, un manoscritto parziale in inglese intitolato Al-Azif, fino al 1924 in possesso di Ambrose Dewart. Tutta finzione letteraria. Ma che importa?
Il sogno di tutti i bibliofili è possedere una copia di Teoria e pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldestein. Ne parla George Orwell in 1984. Ma la lista è lunga, infinita. Come sempre ha ragione Borges: «Perché un libro esista, basta che sia possibile». La biblioteca di Babele non ha limiti. Da qualche parte, negli scaffali meno remoti, c’è Il libro rosso dei confini occidentali di Bilbo e Frodo Baggins (Il Signore degli anelli, Tolkien). Nel Periplo di Baldassarre Amin Maalouf parla di un raffinato libraio di origine genovese finito in terra musulmana. È lui che riceve in dono da un vecchio e misterioso mendicante un antico manoscritto. Il titolo? Il centesimo nome. La Biblioteca di Babele, ci ricorda sempre Borges, è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile. Basta chiudere gli occhi e pescare un libro a caso, magari rischiate di trovare la Zuppa dei poveri di Ernesto Pérez Mason che misura cm 11,8 x 16,7 e ha 246 pagine. La fonte è Roberto Bolaño, autore della Letteratura nazista in America.
I libri immaginari sono la grande ricchezza della letteratura di ogni spazio e tempo. Sono la miniera aurea di tutte le storie ancora da scrivere. Ed è una riserva infinita, dove puoi trovare tutto: dal Chisciotte di Pierre Menard ai cataloghi inesistenti di Rabelais, Sterne, Dossi, Poe, Schwob, Calvino, Eco. Senza dimenticare l’Enciclopedia Galattica di cui parla Asimov nel Ciclo della fondazione e l’utilissimo Manuale delle Giovani Marmotte. Sì, la bibbia di Qui, Quo e Qua.