Nelle fabbriche delle scommesse dove si punta sul ritorno di Elvis

Ladbrokes e William Hill, i bookmakers più famosi del mondo, ricevono tutte le proposte possibili. E per le più bizzarre sempre la stessa quota: diecimila contro uno

Tony Damascelli

nostro inviato a Londra

La fotografia, in rigoroso e doveroso bianco e nero, ha una cornice leggera e sta appoggiata dentro la vetrinetta, appena dietro l’ingresso della Ladbrokes. Il signore porta un abito di stoffa spessa, la cravatta è regimental, l’ondame dei capelli tipico del nobile, la signora è vezzosa ma discreta. Sorridono, uno accanto all’altra. È uno dei cimeli della ditta, un omaggio a Edoardo VIII e alla sua consorte Wallis Warfield Simpson. Non è dato di sapere, per ovvie ragioni di privacy, se i due avessero scommesso sul loro matrimonio e dunque se Edoardo avesse anche puntato sulla propria rinuncia al trono d’Inghilterra ma è invece garantito dai registri che la coppia fosse cliente della Ladbrokes, giocando sui cavalli e sui levrieri, divertimento degli inglesi di ogni ceto.
Addirittura Edoardo e Wally avevano aperto un conto «no limit», la Ladbrokes si era fidata, avendo dato un’occhiata ai possedimenti del duca, re «abdicato». Difficile consultare gli archivi per scoprire altri nomi illustri: «Dovete capirci», dice mister O’ Brien, responsabile della comunicazione dell’impero.
Il tentativo con mister Sharpe, alla William Hill, non consente altri voli fantastici, un sorriso e il silenzio. Sappiamo che Ronald Reagan mise un bel pacco di dollari sulle elezioni inglesi del 1983 (ante embargo per gli scommettitori americani e che Bob Hope e Bing Crosby erano clienti affezionati). Non c’è puzza di fumo, non c’è l’aria pesante e fetida di certe sale corse nostrane, non ci sono gaglioffi e ceffi di ogni tipo nelle agenzie britanniche. Non certo perché abbiano bonificato gli ambienti e la popolazione, mission impossible, ma perché la scommessa è una cosa seria in questo Paese così strano e datato (c’è una bellissima battuta americana che spiega l’assunto: quando a New York sono le 7 del mattino del 5 giugno 2005 a Londra sono le 7 del mattino di un qualunque giorno del 1949).
Aggirando la privacy, comunque, la storia delle agenzie di scommesse britanniche è davvero l’immagine di un Paese da noi distante non soltanto sull’atlante geografico. Harry Schwind e Mr Pennington allevavano cavalli a Ladbroke, un presepe nel Warwickshire, siamo nel centro dell’Inghilterra. Era il 1886. Non bastando loro veder galoppare i quadrupedi, pensarono bene di organizzare una sorta di lotteria tra amici, tra questi mister Arthur Bendir il quale svoltò perché aveva fiutato prima degli amici il nuovo vento sull’isola. Mister Bendir, un cognome che per noi sarebbe una garanzia, conosceva gente di denaro nei club più affascinanti di Londra, il Whites, il Carlton, il Royal Automobil Club (splendido, la sua piscina coperta è stata al centro della serie di James Bond, la sala dei bagni turchi e delle saune fa perdere la testa, oltre che la panza), e ancora il club Atheneum. Erano i clienti giusti, ricchi sfondati e da sfondare.
Per tenere a bada scommesse e scommettitori il trio di Ladbrokes pensò bene di assoldare gli ufficiali dell’esercito ai quali veniva garantita una commissione annua pari al 40 per cento delle giocate e che soprattutto, in caso di beghe o simili, imponevano il fascino della divisa. Per rendere ancora più glamour l’iniziativa venne ammessa la prima donna bookmaker, al secolo Helen Vernet che, per non smentire la nomea femminile, non mollò l’incarico per i successivi cinquant’anni, restando in carica dal 1905 al 1955, meglio o peggio di un deputato nostrano, con un salario di 20mila sterline annuali, all’epoca una fortuna inestimabile. Miss Vernet aveva tre passioni: le scommesse, gli uomini e la danza. Si sposò tre volte e venne sepolta accanto a sua madre. Riposa in pace e anche quelli di Ladbrokes hanno raggiunto il paradiso con le entrate.
Per i contempranei vado a dire che le scommesse erano argomento proibito, almeno pubblicamente. Venivano accettate ma il fatto si svolgeva dietro i paraventi, tra tende pesanti e per trascrivere le giocate si usava la penna piumata, con calamaio, inchiostro e carta assorbente. In quel tempo mister William Hill girava per le strade su una bicicletta, sentiva parlare di corse di cavalli e di cani e poi il football diventava sempre più popolare. Mollò la bici e decise pure lui di darsi alle scommesse. Era il 1934. Tutto ciò avveniva in modo clandestino, un circolo chiuso, senza che la polizia sapesse e se avesse saputo bisognava svignarsela. Infatti negli anni Cinquanta le scommesse erano ancora ritenute illegali in Gran Bretagna, nonostante il fatturato, stando ai documenti di Ladbrokes, avesse toccato la cifra di 450mila euro nel 1932, numeri che non sembrano nemmeno veri ma tutti ufficialmente registrati.
Dunque si scommetteva di nascosto, «street runners» erano appunto quelli che puntavano, correvano, non potevano nemmeno sostare per evitare di essere arrestati sul posto, in flagranza di reato. Gli street runners entravano nei pub, nei ristoranti, in qualche negozio, sussurravano la quota, incassavano e se la filavano, dopo aver dato una controllatina intorno. Erano severamente probite le insegne sui locali, per legge i locali dove qualcuno avesse voluto organizzare una giocata dovevano avere i vetri scuri, spesso le puntate venivano trascritte su carta di riso che veniva trangugiata non appena si vedeva l’ombra di un bobby (da Robert, Robert Peel, primo ministro che riformò la legislazione penale e il corpo di polizia); qualcun altro, in dieta, preferiva bruciare il documento, con evidente rabbia e sconcerto degli scommettitori che salutavano definitivamente i soldi della puntata.
Ma ormai il fenomeno era in salita, si allestivano anche serate a invito con lo slogan: «Rovinatevi con eleganza», la rovina consisteva magari in una eredità bruciata in una sola sera ma nel clima fascinoso, dunque elegante, di un club privato. In tanta euforia William Hill, quello della bicicletta, aveva compiuto il grande salto in avanti: aveva infatti portato la sua azienda in Borsa, gli scommettitori sapevano di avere a che fare con un imprenditore sicuro. Arrivò il giorno, dopo un gran premio di Ascot, e William Hill annunciò il proprio ritiro, da persona agiata, lasciando l’attività ai posteri.
Correndo si arriva agli anni Sessanta, periodo in cui le scommesse vengono legalizzate e con queste tutto l’indotto, gli uffici, i negozi, i picchetti pubblici ma restano i paletti delle vetrine scure, resta l’obbligo, per gli scommettitori, di entrare, puntare e uscire, senza sostare all’interno del negozio e anche nei dintorni, nessuna possibilità, dunque, per i basilischi di vivacchiare. Questo perché si deve fare qualche conto con chi non accetta questo giro di denari «puliti» e vorrebbe il pizzo, insomma la mafia. Capitò, ad esempio, che il 30 giugno del 1964 al cinodromo di Dagenham, una gang avesse taroccato il totalizzatore, le puntate improvvisamente furono bloccate dai «pali», addirittura di notte erano state incollate le porte di ingresso delle agenzie per impedire che aumentassero le giocate, la corsa sulla pista di Dagenham era ovviamente pilotata, la quota per il vicente e il piazzato venne fissata dalla gang a quasi 10000 contro 1, molti bookmakers si rifiutarono di pagare.
Ormai siamo a oggi. Abolita la tassa sulla puntata, campo libero a negozi, nessun divieto di sosta, si gioca dovunque e comunque, negli stadi e al cinema on line e per telefono, con le slot machine, poi i monitor e i satelliti permettono di mettersi in contatto con stadi e piste di ogni dove, nel mondo, le vetrine sono piene di pubblicità, i giornali pure, ci sono locali dove si può mangiare cibi caldi, bere anche champagne. Insomma dalla bicicletta di mister Hill e dai tre mariti di miss Helen Vernet siamo andati a mille all’ora. Giocano i reali, nel senso della famiglia Windsor. «Non posso confermare», allarga le braccia e aggiunge un sorrisino Ciaran O’Brien di Ladbrokes, dice che anche cantanti e mucicisti si divertono soprattutto con il calcio: «Nell’ultimo mondiale abbiamo ricevuto scommesse per 250mila sterline sulla vittoria del Brasile, Cliff Richard ha scommesso sul suo primo posto in classifica dei dischi più venduti ma di sicuro è Big Brother, il Grande Fratello, l’evento che raggruma il maggior interesse, quasi morboso, dei nostri clienti. Abbiamo ricevuto scommesse per 1 milione di sterline, siamo anche lo sponsor dell’edizione svedese e i nostri esperti appaiono in tivvù per spiegare il fenomeno ma anche per illustrare lo sviluppo delle quote, delle giocate. Riceviamo ogni tipo di richiesta: il ritorno di Elvis Presley, il ritrovamento del mostro di Lochness, la scoperta della vita su Marte, la quota per questo tipo di follie resta sempre la stessa: 10mila contro 1». Siamo a Londra. Non ci credete. Scommettiamo?
(ha collaborato Kevin Hughes)
(2. Fine)