Nelle mani di Cina e Russia

Agli spari i monaci birmani rispondono con la preghiera, all’odio con l’amore, alla disperazione con la speranza. E non si fermano. Seguono, forse inconsapevolmente, l’esempio del Mahatma Gandhi, che applicando il principio della lotta non-violenta e della «fermezza nella verità» costrinse i britannici ad abbandonare l’India.
Non sappiamo se l’epilogo in Birmania sarà altrettanto felice. Ce lo auguriamo di cuore, anche se il contesto è alquanto diverso. Quella di Gandhi fu una ribellione voluta e, nel suo sviluppo, programmata. Questa, invece, è spontanea e casuale. Lui si batteva contro una potenza che era sì coloniale, ma certo democratica; loro contro una dittatura spietata che conosce solo il linguaggio della violenza e che già nel 1988 represse brutalmente la protesta del popolo. Ma soprattutto è il mondo ad essere cambiato. Oggi nessun regime può pensare di ignorare in eterno l’influenza della comunità internazionale. Lo sa bene la Corea del Nord, che si appresta a rinunciare alle armi nucleari grazie alle pressioni congiunte di Washington, Mosca, Pechino e dell’Onu. E lo sa bene anche la giunta militare di Myanmar, come è stata ribattezzata la Birmania, che infatti segue con estrema attenzione le reazioni dei principali governi.
Non saranno solo i monaci e nemmeno solo il popolo birmano, che li segue con commovente coraggio, a decidere l’esito di questa crisi, che, peraltro, ha colto tutti di sorpresa. La giunta militare di Rangoon inizialmente ha sottovalutato la protesta dei religiosi; ma anche la Cia e i servizi segreti di Pechino, a quanto pare, non avevano previsto questi sviluppi e nemmeno lo straordinario potere dei telefoni cellulari, grazie ai quali il mondo ha potuto seguire quanto stava accadendo in Birmania. Anche questa è una rivoluzione e, al contempo, un monito per tutti i regimi autoritari: la censura non basta più a sigillare un Paese.
Forse proprio per questo Pechino appare tanto spaventata. L’altra sera ha impedito all’Onu di varare nuove sanzioni contro il regime di Myanmar. E non era sola: Mosca si è schierata al suo fianco. Oggi la spaccatura diplomatica è netta e vede contrapposte da un lato Russia e Cina, dall’altro l’America e l’Europa, che ieri hanno deciso misure unilaterali, moralmente sacrosante, ma probabilmente tutt’altro che decisive. Già, solo i grandi Paesi confinanti con la Birmania - l’India e appunto la Cina - sono in grado di condizionare il dittatore Than Swe.
Nuova Delhi finora si è defilata, ma è verosimile che, se messa alle strette, si schieri con l’Occidente, sebbene siano in gioco ricchi contratti per forniture militari. Più criptica è la posizione di Putin, che analogamente agli indiani, difende qualche interesse economico, a cominciare dalla vendita di un reattore atomico. Ma il vero motivo è geostrategico. Il Cremlino è ossessionato dall’espansionismo americano e teme che il sì a un’ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano possa in futuro essere usata anche contro la Russia, come già avvenuto in Ucraina e in Georgia. Dunque si arrocca sul no.
La Cina invece non teme che gli Usa possano destabilizzarla; non ancora perlomeno. Qualcuno si è illuso che nell’imminenza dei Giochi Olimpici, Pechino potesse optare per posizioni più dure nei confronti della Birmania al fine di non apparire come complice di un massacro. Qualcuno in Occidente invoca il boicottaggio delle Olimpiadi; ma non è questa prospettiva, peraltro remota, a preoccupare la Repubblica popolare.
Nell’ottica cinese i fatti birmani rappresentano un precedente pericolosissimo: sono la prova che anche movimenti religiosi o spirituali inoffensivi possono trasformarsi nel detonatore di una ribellione contro il potere costituito. Ricordate il movimento «Falungong» degli anni Novanta? Non era altro che uno yoga che rinfrancava il corpo e la mente. Fino a quando a praticarlo fu una minoranza trascurabile, il Partito comunista lo tollerò ma quando i seguaci diventarono milioni, tra cui molti dirigenti politici, il governo lo mise fuorilegge, perseguitando brutalmente chi si ostinava a praticarlo. Ed è anche la stessa ragione che induce Pechino a rifiutare il dialogo con il Dalai Lama, sebbene il leader tibetano in esilio abbia rinunciato a rivendicare l’indipendenza. Più che il biasimo del mondo, la Cina teme la forza dirompente dell’anima. Teme il contagio del cuore.
Marcello Foa
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