Nello Rosselli, una morte a credito

Eliminato con Carlo per ordine dei servizi segreti italiani o ucciso solo perché in compagnia del fratello? Una lettera inedita riapre il caso

Il 9 giugno del 1937, la foresta di Bagnoles-sur-l’Orne, una città termale della bassa Normandia, restituiva i cadaveri di Nello e Carlo Rosselli, uccisi da un gruppo di fuoco dell’estrema destra francese. Dietro l’assassinio, si profilava la longa manus dei servizi segreti militari italiani e forse addirittura la volontà di Galeazzo Ciano di eliminare esponenti attivi dell’antifascismo impegnati nel sostegno alla Spagna repubblicana contro l’Italia. Per quell’eccidio, Renzo De Felice ha parlato di nebbie e di ombre, ancora lontane dall’essersi dissolte completamente. Su di un unico punto dell’accaduto sembra tuttavia essersi depositato un cono di luce. Il carattere del tutto accidentale della morte di Nello, ucciso non per la sua qualità di antifascista, ma soltanto per essersi trovato nel luogo e nell’ora sbagliata, in compagnia di Carlo.
La tragica morte riuniva il destino dei due fratelli, il cui itinerario esistenziale si era andato divaricando negli ultimi anni. Ambedue antifascisti della prima ora, fondatori e collaboratori, nel 1925, del periodico clandestino Non mollare, a cui avevano partecipato Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Ottone Rosai, Piero Calamandrei, ambedue condannati dalla giustizia fascista, seppure per imputazioni di ben diversa entità, Nello e Carlo avrebbero poi operato scelte diverse. Emigrato a Parigi, Carlo creava il movimento di «Giustizia e Libertà», che, con il tentativo di operare un’inedita sintesi tra liberalismo e socialismo, riusciva ad incrinare le pretese del Pci di monopolizzare le forze più combattive dell’emigrazione, suscitando la furiosa reazione di Togliatti.
Nello al contrario, rimaneva in Italia, per continuare la sua formazione intellettuale presso la Scuola di storia moderna e contemporanea diretta da Gioacchino Volpe. Da quel momento, il giovane studioso diveniva, secondo l’attendibile testimonianza di un altro intellettuale democratico, come Elie Halévy, un «antifascista moderato, completamente estraneo alla lotta politica». La sua permanenza in uno dei più prestigiosi istituti culturali del regime non configurava certamente un suo cedimento al regime di Mussolini. Indicava piuttosto un differente modo di combattere la propria battaglia ideale, optando per quella resistenza nel mondo degli studi, che Croce aveva consigliato a molti giovani oppositori, e soprattutto cercando di comprendere l’origine vera del fenomeno fascista, senza accontentarsi di troppo facili spiegazioni che lo dipingevano come un intervallo di barbarie nella vita italiana, o come il semplice braccio armato della reazione capitalistica e borghese. Guardare il fascismo, con occhi da storico, il più possibile disinteressato, questo aveva voluto proporsi Nello, recensendo il primo volume della biografia del Duce, composta da Yvon De Begnac. Un volume, comparso nel 1936, dal titolo fortemente evocativo, All’ombra della rivoluzione antica, nel quale si parlava diffusamente della patria romagnola, repubblicana socialista, anarchicheggiante del padre di Mussolini, Alessandro, descritta come un universo sanguigno e rivoluzionario, dove Robespierre e Babeuf, Marx e Mazzini, Bakunin e Andrea Costa potevano formare il magmatico terreno di cultura da cui sarebbe emerso il futuro direttore del Popolo d’Italia.
Il resoconto di Nello, pubblicato nel 1937 sulla autorevolissima Rivista Storica Italiana, sfrondava il compiacimento retorico dello studio di De Begnac, e si concentrava sull’essenziale: le radici socialiste del fascismo, che proprio la politica sociale di Mussolini aveva posto in luce, varando quell’esperimento di economia corporativa che si sforzava di trovare una terza via tra collettivismo e capitalismo. In questo modo, almeno sul piano oggettivo, la nota di Rosselli forniva una sorta di giustificazione storica al sistema economico del fascismo, in conformità ad un obiettivo propostosi dal maestro di Nello, Gioacchino Volpe, che durante un colloquio con Mussolini aveva espresso la necessità di rintracciare i precursori del «nuovo stato fondato su di un contratto realisticamente sociale tra individuo e società», già ipotizzato, in Italia, dagli esponenti del comunismo utopistico del XVIII secolo.
Il breve saggio dedicato al volume di De Begnac soddisfece Mussolini, che avrebbe espresso il suo gradimento, sostenendo che pure essendo Nello Rosselli «un antifascista tra i più pedanti», egli si distaccava «nettamente» dal fratello Carlo che «combatte contro i nostri soldati tra le file dei rossi e che vorrebbe uno strano socialismo di cui né socialisti né liberali sarebbero contenti». Da quel gradimento Volpe arrivò a tracciare l’ipotesi che la recensione a De Begnac «potesse essere il primo o altro passo verso una conciliazione piena» fra Rosselli e «quella presente vita politica italiana, alla quale egli era stato finora, non dirò nemico, ma estraneo». Ipotesi, forse infondata, ma che si basava sul fatto, fino a questo momento mai messo in evidenza, che l’articolo di Nello era stato letto preventivamente e pienamente approvato dall’allora Presidente del Consiglio, a cui Volpe lo aveva sottoposto con la lettera - che qui pubblichiamo - del 28 maggio 1937. Nella corrispondenza, ora conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato, si sosteneva infatti che il contributo di Rosselli non era «da rigettare», ma che trattando di «argomento così vicino alla E. V., ad essa in tutto e per tutto io mi rimetto sull’opportunità di pubblicarlo, così come è, o, eventualmente, con qualche modificazione». In margine alla lettera, Mussolini, vergava la sua risposta: «Va bene. Rendere a Volpe».
Per il tramite di Volpe, l’eresia socialista propugnata da Carlo Rosselli, da Nello e dal gruppo giellista si incontrava con l’eresia fascista del socialismo. Quell’incontro realizzava una contiguità, tra ideologie solo apparentemente lontanissime, che si sarebbe verificata ancora un volta nel futuro. Negli anni terribili della guerra civile, quando, nel gennaio del 1944, la Rsi rispolverava il suo programma di «socializzazione», Mussolini, venuto a conoscenza dell’opuscolo di Franco Venturi (un intellettuale, proveniente dall’esperienza di «Giustizia e Libertà»), stampato alla macchia nel dicembre del 1943, dove si prospettava per il prossimo dopoguerra un’evoluzione democratica, che fosse a mezzo tra il capitalismo e il comunismo, ne apprezzava i contenuti e impartiva l’ordine che se l’autore fosse stato identificato dalla polizia, non venisse molestato.
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