Neonirico di Garrone E i sogni diventano materia

Dieci grande opere di Filippo, figlio di Riccardo, esposte nella mostra da domani a Campomorone

I sogni? Sono materia. Ed «essere liberi è una lotta continua». Parola di Filippo Garrone, classe 1964, una vita geografica tra Genova e il resto del mondo, ma un unico percorso emozionale ed artistico, che si snoda in quello spazio interstiziale ove «i pensieri si acquietano e ci si abbandona al sentire». Perché è l'esperienza e, soprattutto, l'esperire coscientemente, a sottendere la sua ricerca, volta a ritessere quelle sottili ma salde trame tra il reale e la sua percezione, svelando quanto i due stati siano fluidi e connessi.
È a queste mete che conducono le opere di Filippo Garrone, ordinate da Luca Beatrice nella mostra «Neonirico» negli spazi di Palazzo Balbi a Campomorone (via Gavino 144 r, fino al 29 marzo). Appuntamento domani alle 17.30 per l'inaugurazione, dove al centro dell'attenzione non saranno tanto quei natali che a Genova non passano di certo inosservati (è figlio di Riccardo), quanto le oltre venti tele di grande formato di un giovane artista, capace di coagulare nello spazio statico della tela il flusso inarrestabile del dato fenomenico e percettivo per trascenderlo in una visione simultanea.
Perché nelle tele di Garrone - abituato a confrontarsi anche con installazioni e scenografie - il fascino e la suggestione per le culture di ogni latitudine si ritemprano in un lessico improntato a quella fluidità propria dell'era digitale. Paesaggio naturale e antropizzato, esoterismo, sciamanesimo. E, ancora, la tradizione cinese dei Ching e l'icona di Budda: elementi e forme emergono da un liquido amniotico, ora definiti adesso accennati, in un continuo germinare su vertiginose prospettive. Ed è il «Neonirico», «l'atto del pensare nella molteplicità delle sue forme», che si veste di quei contrasti decisi dei cieli sudamericani conosciuti in un viaggio lungo sette anni, durante il quale Garrone ha respirato l'antica cultura Inca e il silenzio degli ashram. Perché è il colore, saturo e solare, a guidare nell'opera, che vede spesso riunite in un unico atto tecniche differenti. La pennellata ad olio non teme l'acrilico, la pittura digitale o l'aerografo, anzi. La compenetrazione dei medium concorre a dare all'opera un corpo libero quanto lo spartito narrativo. Denso di coordinate e indizi ma aperto alla lettura metaforica, perché concepito come strumento di autocoscienza.
E se sulle vie di quegli indizi Garrone condurrà i bambini delle scuole di Campomorone durante la mostra, la sua ricerca procede, tra un progetto top-secret insieme ad Andrea Liberovici sulla memoria dell'acqua, e nuove opere sul tema del paesaggio per la sua prossima mostra a maggio al Palazzo della Borsa di Genova.