«Nessuna tolleranza con gli intolleranti»

Il presidente del Senato: l’Europa recuperi l’identità affermando i suoi valori religiosi

Anna Maria Greco

da Roma

L’Europa deve difendere la sua identità affermando i valori religiosi, che non possono essere relegati nella sfera privata perché influenzano inevitabilmente la vita politica. Marcello Pera torna a parlare del rapporto tra Occidente e Islam negli Stati Uniti, dove George W. Bush ha vinto la battaglia della rielezione puntando proprio su una rinascita religiosa. È il luogo giusto per riaffermare le sue tesi sullo scontro di civiltà e infatti, alla conferenza alla Yale university a New Haven, il presidente del Senato dice che non si può avere nessuna tolleranza verso chi è intollerante.
Pera espone il suo pensiero alla «settimana americana», con una conferenza sul tema: «La crisi dell'Europa illustrata con la crisi del liberalismo». E chiede la linea dura contro i fondamentalisti islamici. Per farlo entra anche in polemica indiretta con il cardinale Renato Martino, presidente della commissione vaticana Iustitia et pax. Non cita il porporato, ma risponde al discorso che fece al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini, per contrastare la sua tesi sul «meticciato».
«Ha detto di recente - ricorda Pera - un eminente cardinale italiano: “Una persona che viene nel nostro Paese ha la sua identità, la sua cultura, la sua religione. So che tutto questo implicherebbe un discorso di reciprocità. Ma non possiamo metterci a livello di quelli che non ti fanno esporre un crocifisso, ti impediscono di girare con una Bibbia o ti incarcerano se ti sorprendono a pregare. Noi questo non possiamo permettercelo”. Io credo invece - scandisce Pera - che dovremmo permettercelo. Credo anche che se non ce lo permettiamo, se non offriamo e chiediamo rispetto agli altri, la nostra crisi si aggraverà».
Filosofo di formazione liberale prima che politico, il numero uno del Senato indica nel «pluralismo dei valori» la malattia che ha indebolito il liberalismo classico e che ha portato alla crisi della civiltà europea: «Crisi di identità, di rifiuto della propria tradizione, di depressione morale e spirituale». Per superarla ci vuole «una revisione del liberalismo e una rinascita dei valori religiosi». Bisogna cercare non solo una società libera, ma anche una società «buona», che non sia solo plurale ma anche «identitaria» e che respinga la scelta del multiculturalismo.
«Credo - dice Pera - che per integrare gli altri ci sia bisogno di più della tolleranza. Abbiamo bisogno del rispetto». Cominciando dal rispetto di noi stessi, cioè dell'identità occidentale che nasce dalle radici giudaico-cristiane e greco-romane.
La società «buona» di cui parla Pera deve fondarsi sui valori religiosi, perché la storia ha dimostrato che la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata «non sempre funziona». Il presidente del Senato fa un esempio. «Come potrebbe un legislatore democratico prendere decisioni su questioni delicate come, ad esempio, quelle di bioetica, se nella sfera pubblica non avesse come punti di riferimento i valori morali e religiosi condivisi dalla maggioranza dei cittadini nelle loro sfere private?». Se invece si cerca una società completamente secolarizzata e si relega l’etica in un angolo, «non può nascere né un'identità comune unica né un senso collettivo condiviso».
Pera rivendica l’orgoglio delle nostre radici, vuole un’Europa «protagonista» e contrasta la «sindrome di colpevolezza» che si sta diffondendo. Ecco il ragionamento che respinge: «Se i terroristi ci hanno dichiarato una jihad, allora hanno un risentimento contro di noi, provocato da squilibri sociali e economici. Se esistono questi squilibri, allora li ha provocati l'Occidente e soprattutto l'America, con la sua potenza economica, il suo imperialismo, la sua arroganza culturale. E alla fine, se l'Occidente è colpevole di tutto ciò, e lo è perché vuole esportare il proprio stile di vita come se fosse valido per tutti e ovunque, allora si merita ciò che gli accade. La conclusione è: è tutta colpa nostra. Più esattamente: è tutta colpa dell'America».
Pera dice no e gli applausi, a Yale, sono scontati.