Nessuno può ergersi a carnefice, nemmeno di fronte alla ragione

Cerchiamo di essere diretti, espliciti in un mondo che spesso nasconde le verità amare dietro i lenitivi della domenica.
Quanto vale la vita di un ubriacone drogato, che da tempo immemorabile picchia la moglie e la costringe a figliare come se fosse un apparecchio da sfogo e riproduzione? Cosa può valere lo stile di quotidiana sofferenza, subita e inferta, di quest’infame parabola umana?
Se lo chiedono in molti dopo che il figlio ventunenne di questo padre sbagliato l’ha mortalmente inchiodato con quattro coltellate. Il ragazzo ha visto ancora una volta la madre sotto tiro, umiliata e offesa, e ha ricordato che quel padre non aveva esitato ad accoltellare un vicino, per banalissimi motivi, soltanto per dare sfogo alla sua natura.
Il ragazzo assassino adesso è in stato di fermo per omicidio volontario e tutto il paese, Acerra, tifa per lui e maledice il morto, rottamando una vita sbagliata come da quelle parti non si rottamano neanche i rifiuti.
E sia. Moti popolari il primigenio istinto dei cittadini messi di fronte a una dramma hanno il loro peso, ma non si possono sostituire al diritto che in un Paese come il nostro –nonostante lo sgomitare e l’arzigogolare, di tanti pubblici ministeri- resta il fondamento della nostra libertà e della nostra giusta convivenza civile.
L’ucciso aveva dei precedenti specifici: non era possibile fermarlo prima che la mano del figlio si levasse a spegnargli la vita? La famiglia, sulla quale pure contiamo, può essere patogena, groviglio di dolore e sofferenza, di abusi e violenze, ma questo non significa che un suo giovane membro possa ergersi a giudice e carnefice sia pure sulla base di sentimenti grezzamente nobili.
In questo caso non siamo per la liberazione dell’omicida –tale tecnicamente è- a furor di popolo. Siamo certi che la procedura giudiziaria gli restituirà le ragioni della sua forza morale, darà alla madre umiliata il rispetto e la tutela che merita, ma il percorso di decantazione del fatto dovrà svolgersi entro il sistema giudiziario. È vero, ci sono omicidi e omicidi, ma anche quelli umanamente più comprensibili e giustificabili devono essere sviscerati e pesati. Guai se un delitto come quello di Acerra non avesse il sigillo della legittima difesa e facesse irrogare una pena sproporzionata. Ma la legge è la legge e se non vogliamo tornare allo stato tribale dobbiamo soffrire anche il tormento che certe vicende, di questi tempi disperati, ci infliggono. Dobbiamo essere cittadini consapevoli e amaramente temprati, i tribunali non sempre ci rendono giustizia, ma non dobbiamo affidarci ai moti spontanei delle emozioni.
Per quanto sia doloroso vedere tanti responsabili di omicidi per legittima difesa rinchiusi nelle gabbie dei carceri e dei codici, dobbiamo sperare in una legge più chiara e soprattutto più rapida che non costringa degli apparenti colpevoli a sostare nelle patrie galere.
Dobbiamo, tuttavia, sapere che la vita delle vittime, anche quando si tratta di soggetti apparentemente spregevoli e insopportabili, è sempre una vita che merita di essere tutelata. È questa la base della nostra democrazia, anche i morti hanno diritto a un processo che ne riveli miserie e magari qualche splendore.
Per questo sono contrario ai moti di piazza che si sostituiscano ai tribunali e mettano in scena con la potenza della comunicazione una parodia di giustizia.