Neutralità: quando l’esercito svizzero voleva invadere l’Italia

Un libro di due studiosi ticinesi pubblica piani d’attacco segreti di
un secolo fa: nel mirino l’Ossola, la Valtellina e perfino Milano. Berna temeva un'alleanza tra Roma e Berlino per spartirsi la Confederazine

Sarà anche stata bella questa Belle Epoque, ma quanto a militarismo erano un po’ fissati. Nemmeno la piccola Svizzera scherzava. Incastonata com’era (e come tuttora è) tra alcune delle maggiori potenze europee, aveva incaricato i suoi vertici militari di preparare piani - ovviamente accuratissimi secondo la tradizione nazionale - per la difesa della patria. Peccato che i generali si fossero lasciati prendere la mano e, seguendo la moda del tempo, si fossero organizzati con la stessa meticolosità anche per eventuali attacchi. All’Italia.

È quanto emerge da un documento dell’esercito svizzero, che era stato tenuto segreto per decenni. Il suo autore, Arnold Keller, era il capo di Stato maggiore delle forze armate di Berna all’inizio del Novecento. Sembra che la difesa del Canton Ticino, incuneato tra le regioni italiane del Piemonte e della Lombardia, lo angustiasse molto; tra il 1909 e il 1914 il colonnello Keller scrisse infatti ben quattro monografie sul Ticino, persuaso del suo primario valore strategico. Il numero uno delle armate svizzere, consapevole che il cantone di lingua italiana era il più ambito corridoio tra il nord e il sud dell’Europa, temeva un asse Roma-Berlino ma soprattutto le mire espansionistiche del nazionalismo italiano e organizzò preparativi meticolosi per fronteggiare un’invasione da Mezzogiorno. La Svizzera si diede a costruire fortezze e opere di sbarramento lungo la linea di frontiera dal Vallese al Ticino ai Grigioni.

Ma Keller non si limitò agli aspetti difensivi. Nel loro volume «La frontiera contesa» (Ed. Casagrande - Bellinzona) i due giovani studiosi ticinesi Maurizio Binaghi e Roberto Sala trattano ampiamente dei «piani di attacco all’Italia nel rapporto segreto del colonnello Arnold Keller». Ne emergono dettagli sorprendenti. Keller preparò, è vero, piani difensivi che prevedevano la rinuncia al Mendrisiotto («indifendibile»), la distruzione del ponte-diga di Melide sul lago di Lugano, la ricerca di una battaglia decisiva tra Lugano e Bellinzona e l’eventuale arroccamento sul Gottardo. Ma stilò anche programmi offensivi.

Due le opzioni principali. Quella minore prevedeva la riconquista di due territori - l’Ossola e la Valtellina, già svizzeri per secoli - che avrebbero garantito al Ticino continuità con il Vallese e i Grigioni: le odierne province italiane di Verbania e Sondrio avrebbero poi potuto essere scambiate con i territori eventualmente perduti in Ticino. L’opzione maggiore contrastava apertamente con il tradizionale neutralismo elvetico: si trattava addirittura dell’invasione della Lombardia, con obiettivo finale Milano. Un’ipotesi, questa, che si sarebbe concretizzata solo nel caso di un’alleanza con l’Austria-Ungheria. Binaghi e Sala spiegano al Corriere del Ticino che Keller aveva già preparato un bel trattato di alleanza con Vienna: «Mancava solo la firma».

Come sappiamo non accadde niente del genere. Nel 1915, quando l’Italia entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria, Keller era già stato sostituito, ma anche il suo successore, molto vicino alla Germania, premeva per un concentramento di truppe a sud che il Consiglio Federale non approvò. Forse perché, spiegano ancora gli autori del libro, nel governo sedeva anche il ticinese Giuseppe Motta. O forse perché a Berna, saggiamente, di guerre non volevano saperne. Fu così che la Svizzera rimase neutrale e i confini intatti.