Niente giardini vaticani per la statua di Galileo

L’opera, offerta da Finmeccanica per celebrare l’anno galileiano, avrebbe dovuto fare bella mostra di sé davanti alla Casina di Pio IV. Monsignor Amato: "I suoi nemici più che i teologi, furono i filosofi della scuola peripatetica"

Roma - La statua di Galileo Galilei nei giardini vaticani non si farà. L’annunciato progetto, una delle iniziative dell’anno galileiano che nel 2009 sarà celebrato per ricordare i 400 anni dell’uso astronomico del cannocchiale da parte dello scienziato pisano, è infatti definitivamente tramontato. E Finmeccanica, l’azienda di Stato che aveva deciso di offrire in dono la statua da collocare Oltretevere rimanendo nell’anonimato, si è già orientata verso altre alternative.

«Era solo una delle idee pensate per i 60 anni di Finmeccanica - afferma l’Ufficio stampa dell’azienda - che non ha avuto seguito. Abbiamo optato per altre iniziative...». Da Finmeccanica non aggiungono altro e soprattutto non confermano che vi sia stato uno stop del Vaticano. In effetti, quando la notizia del progetto trapelò, lo scorso marzo, non si erano levate voci contrarie. La statua si sarebbe dovuta collocare nei giardini vaticani, davanti alla Casina di Pio IV, la stupenda villa cinquecentesca che sorge sul colle vaticano e che ospita la sede della Pontificia accademia delle scienze. La presenza di Galileo - lo studioso pisano considerato il simbolo dell’incomprensione tra scienza e fede, condannato all’abiura dal Sant’Uffizio nel 1633 per l’aver affermato come certezza il sistema copernicano, cioè il fatto che fosse la terra a girare intorno al sole - doveva significare, nelle intenzioni del donatore, un ulteriore segno di riconciliazione. Una nuova tappa, dopo gli importanti passi già compiuti da Giovanni Paolo II, il Papa che aveva voluto rivisitare il processo a Galileo, affermando, nel 1992, che «l’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della terra, fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della Sacra Scrittura».

Che quella della statua fosse già più di un’idea lo dimostra il bozzetto della stessa presente al Pontificio consiglio della cultura. Il progetto, a quanto pare, prevedeva un’effigie in bronzo alta ben quattro metri, e non, come si era detto in un primo momento, a grandezza naturale. Doveva raffigurare lo scienziato pisano che tiene in mano due libri, quello della natura e quello delle Sacre scritture: sulla copertina del primo compariva un telescopio, sul secondo Gesù crocifisso, a simboleggiare la compatibilità tra scienza e fede.
Sembra che a far accantonare l’iniziativa siano state innanzitutto motivazioni di ordine architettonico e logistico (la casina Pio IV è un gioiello, una grande statua nei paraggi poteva disturbare) ma anche la volontà di non caricare di eccessivi significati il progetto, magari suscitanto nuove polemiche delle quali nessuno sente il bisogno. Il dibattito sul processo a Galileo non è infatti ancora concluso. La sua storia è diventata l’emblema della libera ricerca contro «l’oscurantismo» ecclesiastico. Anche se spesso si sono volutamente ignorati o dimenticati i reali termini di quella vicenda. Monsignor Angelo Amato, fino a qualche settimana fa Segretario dell’ex Sant’Uffizio, nel 2003 aveva affermato in un’intervista a Famiglia Cristiana che «il caso è oggi finalmente tutto risolto». Aveva detto che in realtà «fra i cardinali romani all’epoca Galileo riscosse un grande successo» e che «a contrapporsi a lui, più che i teologi, furono i filosofi, e specialmente quelli della scuola peripatetica di Pisa, che si rifacevano ad Aristotele e che a un certo punto cominciarono a tirare in ballo la Sacra Scrittura». Sarebbero dunque da ridimensionare molte delle accuse rivolte al Papa Urbano VIII e al Sant’Uffizio.

Su posizioni molto differenti si colloca il gesuita George V. Coyne, già direttore della Specola vaticana, il quale ha pubblicato nella collana di studi galileiani un libro del professor Annibale Fantoli critico sull’autocritica di Papa Wojtyla, considerata insufficiente.
Proprio la memoria della vicenda di Galileo, e una provocatoria citazione del filosofo agnostico e scettico Feyerabend, il quale aveva affermato che «la Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più dello stesso Galileo» è stato il pretesto per impedire la visita di Benedetto XVI alla Sapienza di Roma, lo scorso gennaio.