No, la Chiesa ama suo figlio Ma non l’errore

Le parole di questo padre di famiglia, la sua sofferenza, mi hanno molto colpito. Mi sentirei subito di dirgli che da sempre la Chiesa si ritiene obbligata a chiamare l’errore come tale, ma ad accogliere colui che lo commette, distinguendo idee, ideologie, comportamenti, dall’attenzione che è sempre dovuta alle persone. Queste ultime sono e rimangono creature di Dio, suoi figli, e proprio nel Vangelo leggiamo tante pagine commoventi che ci mostrano come Gesù si avvicinasse agli uomini peccatori (e peccatori lo siamo tutti) offrendo amore, redenzione e riscatto.
Ora, com’è noto la Chiesa, il Papa, i vescovi non sono i «padroni» della tradizione, ma ne sono i servitori. Ed è indubbio che la Sacra Scrittura ci presenti le relazioni omosessuali come atti gravi, che la tradizione ha sempre dichiarato «intrinsecamente disordinati», in quanto contrari alla legge naturale, e che come tali non possono essere approvati.
Vorrei però al tempo stesso far notare come proprio nel Catechismo della Chiesa cattolica si legge: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza». Sottolineo: rispetto, compassione, delicatezza.
«A loro riguardo – continua ancora il Catechismo – si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione». La Chiesa invita le persone omosessuali alla castità, così come invita alla castità le persone eterosessuali prima del matrimonio e a certe forme di castità all’interno della stessa vita matrimoniale. Tutti sono chiamati alla santità, alla perfezione cristiana, ben sapendo che il cammino di chi vive la condizione dell’omosessualità è più difficile, e che fragilità e debolezze sono quasi sempre presenti nella quotidianità della vita.
Comprendo dunque la sofferenza del signor Albertini, e mi dispiace che egli si senta a disagio per ciò che la Chiesa afferma. Vorrei dire che la Chiesa non definisce «disabilità» l’omosessualità ma è contraria alla posizione di chi vuole far passare come normale la condizione dell’omosessuale. Mi sembra inoltre di dover far notare che «offesa alla famiglia» e «minaccia per il futuro» non sono espressioni che sono state utilizzate per definire i rapporti omosessuali, ma i progetti di legge che vorrebbero riconoscere le coppie di fatto al di là delle distinzioni di sesso, giungendo a una forma di equiparazione ed estendendo a loro alcuni dei diritti riconosciuti alle coppie sposate. Formulando certi giudizi, la Chiesa è fedele al suo mandato e si preoccupa davvero del futuro, dell’educazione delle nuove generazioni, della stabilità e della salvaguardia della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Non è tacendo la verità, o mutilandola, non è mettendo tutto sullo stesso piano e scardinando le norme della legge naturale che si risolvono i problemi. Ma questo non significa e non deve significare che la persona, qualsiasi persona, vada accolta per ciò che è, aiutata, sostenuta, amata.
*vescovo di Civitavecchia