No, così si legalizza anche chi le sfrutta

Da un ministro della sinistra antagonista mi aspettavo un po’ più di fantasia, ma, evidentemente, dopo lo sterminio dei lavavetri ci voleva un po’ di normalizzazione. E cosa c’è di meglio della prostituzione per ritornare a navigare in acque tranquille? La prostituzione non è la più antica attività commerciale del mondo? Lo sanno tutti: proprio un ministro della sinistra antagonista dovrebbe dimostrare la sua ignoranza in storia dell’umanità? Proprio un comunista che crede di appartenere alla storia dell’emancipazione dell’uomo dovrebbe disinteressarsi della mercificazione della donna? Certo, qualche incertezza sulla strada dei diritti umani l’hanno avuta perfino i comunisti quando hanno pensato che i gulag fossero colonie invernali per la rigenerazione dello spirito e del corpo. Ma, come si sa, tutti possono sbagliare: importante è dimenticare.
Invece non sembra, almeno per ora, che il ministro abbia incertezze sul modo in cui si deve portare rispetto alla donna. Poiché c’è chi specula sul valore commerciale del corpo femminile, afferma Damiano, legalizziamo gli speculatori così il commercio è santificato dalla legge. Proposta geniale. Si potrebbe estendere. Per esempio, poiché dietro lo spaccio della droga c’è la malavita, legalizziamo la droga così con un semplice provvedimento si ottiene il bel risultato che i nostri giovani si potranno drogare felicemente, che il malavitoso si trasforma in una brava persona che fornisce roba per la felicità di alcuni, che magari lo Stato ci guadagna qualcosa, mettendoci su una piccola tassa.
Insomma, il problema si risolve dicendo che il problema non esiste. E se invece provassimo a pensare in un altro modo?
La classe politica che rappresenta la società, deve essere all’altezza di una cultura in grado di assumersi un principio fondamentale di responsabilità e sostenere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Se adesso c’è qualcuno che, alzando il ditino, dice che in questo modo si configura uno Stato etico, lo consiglierei di leggersi le pagine sull’etica scritte in proposito dal filosofo Giovanni Gentile, così evita di dire sciocchezze. La politica si deve confrontare, discutere, accanirsi - se necessario - sulle idee di società che intende realizzare: in questo dibattito rientra anche la questione della prostituzione. Io ritengo che uno stato civile non possa ammettere che tra le sue leggi ce ne sia una che renda normale e accettabile il mercato del corpo di una donna come di un uomo.
La prostituzione c’è sempre stata, è inutile far finta di niente, si dice. Ma anche la schiavitù c’è sempre stata, e, guardando la storia dell’umanità è da poco tempo che è stata abolita. Battaglie civili, religiose l’hanno combattuta anche in Paesi dove già c’era la democrazia, come negli Stati Uniti. Per comprendere cosa sia davvero la prostituzione non si è mai fatto nulla: si pensa ad essa con lo stesso bagaglio concettuale che si poteva avere nella Grecia o nella Roma antica.
Il motivo di tanta arretratezza sarebbe un bell’argomento da affrontare. Comunque, i giovani crescono oggi senza alcuna educazione sentimentale: sembra che la loro emancipazione dipenda dal fatto che non credono più alla cicogna e che già a sei anni conoscono scientificamente i meccanismi della riproduzione animale. L’uomo, appunto, come un animale. Così non si rispetta più il corpo, che è vissuto come una cosa non diversa dalle altre cose. La sessualità non ha più nessun valore simbolico, religioso, e il rispetto di sé non è affidato alla coscienza della propria identità, che non potrà mai essere ridotta a un pezzo di materia.
La prostituzione è sempre stata figlia dell’incapacità del maschio di rispettare il proprio corpo e il significato della sua sessualità. In questa sua inettitudine ha trovato nella prostituta una complice, disposta, per un po’ di denaro, a umiliarlo. Uno Stato che ammette nelle sue leggi questo modo di pensare la vita, lo trovo indecente.
Stefano Zecchi