Un no per sopravvivere

Parlano i numeri. I turchi favorevoli a un ingresso in Europa, due anni fa, erano il 30 per cento: oggi sono il 21. I simpatizzanti per l'Iran di Ahmadinejad erano il 34 per cento: oggi sono, attenzione, il 43. L'ultimo «Transatlantic Trend Survey» evidenzia un crescente disinteresse per gli Stati Uniti compensato da un crescente interesse per l'Islam radicale: quasi il 36 per cento dei turchi crede che gli Usa siano un pericolo per la sicurezza nazionale. Il 44 per cento dei Turchi, poi, al termine della breve guerra libanese, simpatizzava con Hezbollah: solo il 9 appoggiava Israele. Romano Prodi può anche appellarsi a richiami d'ufficio affinché il governo turco vigili sulla società, resta da capire chi vigilerà sul governo turco.
È stato il premier Erdogan a chiedere il rilascio di tutte le famiglie rinchiuse nelle prigioni israeliane, è stato lui, nel luglio scorso, a definire Israele «Stato terrorista» e a denunciare il rapimento di donne e bambini iracheni da parte degli americani, è stato sempre lui a esprimere solidarietà verso il leader di Hamas Kaled Meshaal che Europa e Usa considerano un capo terrorista. Nessuno menziona mai l’annuncio turco, del maggio 2006, secondo il quale verrà aperta una centrale nucleare a Sinop, sul Mar Nero, ciò che ha tutta l'aria di un allineamento col programma energetico iracheno. Insomma, altro che frange estremiste, solo un pazzo può non accorgersi che il partito di Erdogan sta cercando di riposizionare una politica vagamente filo-occidentale in direzione di una politica filo-islamica, come i media turchi regolarmente registrano e come il crescente humus anti-occidentale sta dimostrando.
L'asse si sta spostando, e le palesi difficoltà di Bush in Irak non hanno certo facilitato le cose, visto che in Turchia affiora il terrore che un Irak poco unito possa tornare ad alimentare il nazionalismo curdo. In tutto questo non abbiamo neppure menzionato i minuscoli vasi di coccio rappresentati dalle minoranze non islamiche: appunto i tre editori della Bibbia sgozzati l'altro ieri con modalità da Hezbollah, l'eccidio del giornalista armeno Hrant Dink, l'assassinio di un giudice che aveva negato una promozione a un'insegnante che portava il velo, l'omicidio di padre Santoro, e ancora le bombe contro uno stand commerciale che vendeva libri cristiani. Bombe e omicidi ridèstano per qualche minuto, mentre restano nel grigio dei Lupi estremisti, invece, le condanne penali a chi solo menziona il genocidio turco (quello che a negare, oggi è rimasto solo Carlo Panella sul Foglio) e per esempio le condizioni dei 100mila cristiani che in Turchia denotano il privilegio di essere ancora vivi.
Oggi, nella Turchia che ambisce all’Europa e dove il 99 per cento della popolazione è seguace di Maometto, la Turchia cioè che spalancherebbe le porte a 71 milioni di musulmani quando l'Europa ne contiene solo quindici milioni e ha già i suoi problemi, oggi, insomma, un cristiano è privato di ogni status giuridico, non può aprire scuole e seminari, possedere la chiesa dove officiare la messa, denunciare furti in chiesa, circolare in tonaca, lavorare nella pubblica amministrazione, scrivere in turco: le bibbie utilizzate dalle comunità cristiane in turchia erano quasi tutte stampate dalla casa editrice falcidiata l'altro giorno. È per questo che i cristiani vanno raramente in giro da soli, laggiù, e cambiano spesso percorso, visto che sulla stampa peraltro le campagne anti-cristiane sono senza ombra di dubbio in aumento.
Ma non sono temi propriamente all’ordine del giorno, in Turchia. E non lo sono neanche in Europa o in Italia, l'incredibile è questo: giusto il tempo di soffermarsi su un triplice omicidio, perché non se ne può fare a meno, e poi via, il tema sparisce dalle prime pagine dopo moniti generici tipo quello di Prodi ieri, secondo il quale «guai a farci influenzare da tragedie come questa rispetto a linee politiche che guardano a orizzonti non a breve», o, ancora, tipo quello del ministero degli Esteri, il quale «prende atto della forte preoccupazione e riprovazione del governo turco». Libera traduzione: ci importa solo della politica intesa in chiave economica, ciò che determina questo insopprimibile desiderio di Turchia da parte dell'Europa e quindi dell’Italia. Il punto, purtroppo, non è neppure se una Turchia europea fungerà da cavallo di Troia dell'islamismo: il punto è che negli ultimi anni in Turchia ci sono stati ingentissimi investimenti esteri supportati da congiunture favorevoli. La vittoria del Partito islamico di Erdogan, nel 2002, ha propugnato valori sempre più conservatori ma ha anche aperto la strada a riforme liberiste soprattutto nelle telecomunicazioni e in settori chiave come il tabacco e il petrolio. Tra il 2004 e il 2006 gli investimenti esteri sono aumentati del 76 per cento, e sono dati che mettono in secondo piano tutto il resto: succede in Cina, figurarsi in Turchia. Le analisi politologiche non interessano, il presunto scontro di civiltà tantomeno, i morti e gli incidenti vabbè, ci vorranno anni, ma tutto andrà a posto, suvvia.
L'unica speranza è che quella stessa economia burocratica che sta grettamente veicolando la politica europea (e benedicendo l'ingresso di 71 milioni di nuovi consumatori) possa fungere anche da volano all'opposto. La recente fuga di capitali a opera di molti acquirenti europei (Inghilterra, Belgio e Germania tra questi) ha trovato la sua ragion d'essere proprio nel contesto politico e civile, non nel mercato. In Turchia maltrattamenti e torture continuano, le donne sono discriminate, i delitti d'onore e i matrimoni forzati sono come prima, il divieto di sciopero e di contrattazione pure, le minoranze sono discriminate, i non-musulmani pure: eppure l'Europa è parsa agitarsi solamente dopo la manifesta indisponibilità della Turchia ad aprire i porti alle navi di Cipro, o al massimo in obiezione al famigerato articolo 301 del codice penale turco, quello che elimina la libertà di espressione con la scusa di non offendere l'identità turca. Dimenticando, peraltro, che nel codice turco sussistono altri articoli come per esempio il 306: chiunque chieda il ritiro dei militari turchi da Cipro, recita, oppure dichiari che il genocidio degli armeni sia semplicemente esistito, va in prigione. Erdogan non muterà rotta, non cambierà questo né altri articoli: ne va, politicamente, della sua sopravvivenza. Sicché è probabile, o meglio auspicabile, che l'Europa tantomeno muterà rotta o cambierà atteggiamento: ne va, civilmente, della sopravvivenza sua.
Filippo Facci