Noi una monarchia anarchica? Saremo la democrazia del fare

A che servono i partiti? I partiti servono a elaborare «ipotesi di futuro» da sottoporre ai cittadini per costruire una società migliore. I partiti sono «parti», ma aspirano a dare risposte valide per tutti; sono organizzazioni, ma debbono restare aperti all'ascolto dei cittadini; sono razionali, ma debbono saper parlare al cuore del popolo, per creare un’identità di valori, una comunità coesa, una patria comune.
Il Pdl, nato meno di un anno fa dal carisma di Silvio Berlusconi, raccoglie oggi il 38-40% del consenso dei cittadini. È una grande ricchezza per la democrazia! Ma è anche una grande responsabilità per noi dirigenti, che dobbiamo costruire un organismo vivo e vitale per accompagnare l’Italia nei prossimi decenni.
Al Seminario di Arezzo, Tremonti ha definito il Pdl una «monarchia anarchica». Io penso che dobbiamo tutti impegnarci per trasformarlo in una «democrazia decidente», che faccia convivere la leadership carismatica di Berlusconi con un’organizzazione di iscritti radicata sul territorio e aperta al contributo vivificante degli elettori. Dobbiamo superare il metodo delle quote e la logica degli «ex» (70% ex Fi, 30% ex An); dobbiamo rinnovare il ceto dirigente dal basso sulla base non delle vecchie appartenenze, ma delle capacità e del rapporto con gli elettori; dobbiamo fare i congressi sul territorio; istituire luoghi certi di incontro e dibattito; dialogare con gli elettori utilizzando creativamente le nuove tecnologie della comunicazione. Solo discutendo tra noi a viso aperto, decidendo con metodo democratico e rispettando con lealtà le decisioni della maggioranza, sapremo valorizzare il contributo di tutti. Siamo un partito giovane, ma non possiamo perdere tempo.
Dobbiamo lavorare a fondo sull’identità, sul patrimonio di valori da proporre agli italiani: la libertà dell’individuo e dell’impresa, la promozione della vita e della famiglia, la solidarietà sociale, l’unità della patria nella cornice europea. Da questi valori debbono discendere i programmi: la riduzione della pressione fiscale e della spesa pubblica, per aumentare la libertà e ridurre l’invadenza del «pubblico»; lo sviluppo del sistema produttivo e dell’occupazione; l’efficienza del welfare e della Pa; l’impulso alla formazione e all’innovazione; il federalismo come forma della nuova unità nazionale del terzo millennio. Ci sono poi le riforme istituzionali, a cominciare dal consolidamento del bipolarismo, che significa riconoscere la sovranità del popolo che deve poter scegliere il governo. E poi la divisione dei poteri, che rende indispensabile il riequilibrio tra politica e magistratura.
La bussola dei valori ci deve orientare anche nei rapporti con gli altri partiti. Nell’alleanza con la Lega, a cui riconosciamo lealtà e radicamento sul territorio, dobbiamo affermare i nostri valori liberali e unitari per evitare il rischio, per esempio, che il giusto rigore nella politica immigratoria assuma talora inaccettabili venature xenofobe, o che il giusto entusiasmo per il federalismo nasconda in taluni pulsioni secessioniste. Dobbiamo cercare il confronto con l'Udc, che fa parte con noi del Partito popolare europeo, ma non fino al punto di annacquare il bipolarismo, assecondando la vecchia «politica dei due forni». Il Pd va infine sfidato sul terreno delle riforme, per far capire agli italiani chi ha le proposte migliori, più serie e coerenti, per guidare l’Italia nel futuro.
Le elezioni regionali sono l’occasione per avviare questo confronto. Chiediamo ai nostri candidati presidenti di assumere impegni precisi su sanità, ambiente, energia, piano casa, infrastrutture, tributi regionali. Sono i temi che interessano i cittadini. Non le polemiche sulla scelta dei candidati, ma il fatto che i futuri presidenti e consiglieri Pdl siano modello di impegno e coerenza e sappiano fare le scelte giuste per le loro regioni e per l’Italia.
*Ministro dello Sviluppo economico