«Da noi nessun piano eversivo ma i piromani devono pagare»

da Roma

Una lunga estate calda contrassegnata da roghi devastanti che hanno mietuto vittime e cancellato ettari ed ettari di patrimonio boschivo. Incendi violentissimi che hanno messo in ginocchio la Grecia, che ora parla di terrorismo e offre una taglia per chi cattura i piromani. L’ex ministro delle Politiche agricole e forestali, Gianni Alemanno di Alleanza nazionale, è d’accordo sulla necessità di adottare il pugno di ferro ma almeno per quanto riguarda l’Italia non ritiene di poter dare troppo credito all’ipotesi di un’eversione «anti ecosistema».
Dopo i roghi del Peloponneso il premier greco ha lanciato l’allarme terrorismo e anche il vicepresidente della Commissione Ue Franco Frattini parla di «strategie di terrorismo territoriale». Lei che ne pensa?
«Ma per quanto riguarda l’Italia l’ipotesi di un terrorismo territoriale organizzato non è assolutamente plausibile. Basta vedere i dati anche degli anni passati. Le cifre ci dicono che il 61 per cento degli incendi dolosi vengono appiccati da pastori o agricoltori. Sono quasi sempre loro a provocarli per motivi irrilevanti che fondamentalmente hanno a che fare con l’ignoranza. Anche la criminalità organizzata o la speculazione edilizia hanno poco a che fare con incendi dolosi. Certamente le Regioni in questi anni hanno fatto poco o niente. Si limitano a dichiarare lo stato d’emergenza a roghi avvenuti, non ci sono piani di lungo respiro».
Anche in Italia ci vuole una taglia contro i piromani?
«Allora chiariamo: io sono assolutamente d’accordo con l’attuazione di una politica di repressione più dura. E se è necessario si mettano pure le taglie. Però deve essere altrettanto chiaro che non è questa la soluzione. Vaste aree del nostro territorio versano in un stato di abbandono. Sono di fatto nelle mani di persone che non hanno cognizione di che cosa sia la cultura ambientale e non hanno idea di quello che significa prevenzione. Quindi ben venga la repressione e la severità ma pure una attenzione diversa verso il nostro patrimonio boschivo».
Si rimprovera alle regioni di non aver avviato un catasto delle aree bruciate. Secondo lei le norme che prevedono il divieto per dieci anni di edificare e di variare la destinazione d’uso dei terreni dopo un’incendio sono utili?
«Indubbiamente gli enti locali sono molto in ritardo su questo fronte. Tuttavia non credo che tutto nasca dalla volontà di speculare soprattutto in un Paese come il nostro dove regna l’abusivismo ed è facile costruire quello che si vuole. Non è questo lo strumento principale di contrasto. Anche qui sappiamo che dai dati della Forestale e della Protezione civile che la speculazione edilizia è un fenomeno marginale»
Però è un fatto che gli incendi siano raddoppiati e non soltanto in Italia. Anche se il nuovo divampare dei roghi ha coinciso col rialzo anomalo delle temperature appare molto difficile attribuirlo soltanto a coincidenze avverse.
«Certo. Questo governo ha raggiunto il minimo storico di investimenti in prevenzione antincendio. Soltanto 10 milioni di euro contro gli stanziamenti del governo Berlusconi che andavano dai 40 ai 60 milioni di euro annui. A questo si deve aggiungere l’elemento di un’estate particolarmente calda».
Ma se lei fosse ancora ministro che provvedimento prenderebbe?
«Non basta che le pene siano severe, deve esserci anche la certezza che i piromani restino in carcere. Il primo punto però è il recupero del territorio. I nostri boschi sono pieni di residui legnosi abbandonati che rappresentano l’alimento per gli incendi. Promuoverei subito un piano di utilizzo delle biomasse arboree. Non lasciamole marcire nei boschi ma invece usiamole per produrre energia».