«Noi prof severi solo fra 20 anni La generazione ’68 ha fallito»

Ci sono parole ancora tabù: educazione, autorità, severità. Parole che gli adulti cresciuti con il mito del Sessantotto fanno fatica a usare, in casa propria e nelle aule di scuola. Ma si stanno riabituando: piano piano - dice Paola Mastrocola, professoressa di liceo e scrittrice - qualche segnale compare.
Gli insegnanti stanno tornando alla severità di una volta?
«Ultimamente sì, c’è un desiderio di tornare a essere severi. Ma senza riuscirci».
Come mai, dopo tanto tempo, rispunta questo desiderio?
«Ci siamo accorti che stiamo andando a rotoli. C’è qualcuno che ancora resiste su posizioni permissive a oltranza ma, a parte questi pochi scriteriati, la maggioranza ha capito che i bambini di quattro anni ci mettono a bollire in pentola come i cannibali di Paperino. E allora scatta la consapevolezza che bisogna ricominciare a tirare le redini».
È possibile?
«Ci piacerebbe molto, ma siamo incapaci: sarà un lungo riapprendimento. Io ho cinquant’anni e la mia generazione è stata colpita a morte dalle battaglie in cui abbiamo creduto. È difficile ripristinare l’autorità dei padri, dopo averli uccisi».
Il permissivismo di oggi è figlio di quell’epoca?
«La generazione del dopo Sessantotto credeva nella spontaneità dei giovani, che dovessero essere liberi di sviluppare la loro natura. Che, per definizione, è contrapposta a cultura e civiltà. Così abbiamo cresciuto dei piccoli e meravigliosi selvaggi: oggi sono ingovernabili. Basta osservare le famiglie con i figli al ristorante. I bambini saltano addosso agli adulti: c’è chi riceve un cucchiaio in un occhio e prova a sorridere. E c’è chi è imbarazzato, ma non si azzarda ad alzare un dito, perché rischierebbe le manette».
C’è una via di mezzo fra la rigidità di una volta e la tolleranza esagerata?
«C’è il buon senso: dire a un bimbo di stare fermo e dargli una sberletta sulla guancia non farebbe male. Ma abbiamo ancora paura di certe parole: autorità, severità, educazione. O peggio: punizione. A scuola è un delitto. Oggi, se dai un quattro a un alunno, il giorno dopo la madre arriva a chiederti ragione del voto, come fosse un sopruso. O magari va direttamente dal preside».
E il preside?
«Convoca la prof e le chiede: “È stata attenta che il voto non fosse punitivo?”. Dopo trent’anni faccio ancora fatica a capire il significato della frase. Oggi gli adulti pensano che, se un ragazzo non apre un libro e all’interrogazione fa scena muta, non vada “punito”: cioè non merita un votaccio, ma solo un voto un po’ bruttino».
C’è una soluzione?
«Avremo bisogno di vent’anni per rieducarci a un po’ di buon senso: la nostra generazione, quella dei post-sessantottini, deve sparire. Saranno i nuovi prof a cambiare. Alcuni hanno cominciato a chiedere una “carta delle regole” nei loro istituti. È un primo passo, anche se si tratta di principi banali, così ovvi da essere umilianti: non girare per i corridoi tutta la mattina, non insultare i prof, niente cellulare in classe. Torniamo ai fondamentali dell’educazione».
Quindi ben vengano gli esami di riparazione?
«Assolutamente: un ostacolo da superare è sempre un segnale positivo».
Quali sono i simboli del permissivismo nelle scuole?
«Sono due. L’indisciplina, per cui in aula, anziché ascoltare la lezione, gli alunni si alzano, mangiano, escono e rientrano a piacere. E il fatto che il non studio sia tollerato: ma chi non studia non può essere promosso. E così si arriva a un punto drammatico: dobbiamo obbligare a studiare persone che non ne hanno voglia?».
Un po’ di autorità in più aiuterebbe?
«Penso di sì. Siamo arrivati al paradosso che le famiglie degli alunni extracomunitari ci chiedono più severità: sono allibite dall’ipertolleranza nelle nostre scuole».
Quali sono i segnali in controtendenza?
«In consiglio di classe, oggi su dieci insegnanti due sono per la severità. Ed è già molto, perché domina ancora la mentalità di chi crede che la scuola serva solo a tenere lontani i ragazzi dalla strada. Ma questo è un obiettivo troppo misero. Ed è anche una battaglia persa».