Non ce n’è bisogno di te si sa già tutto

No, cara Sabrina, non è una richiesta strana. È una richiesta inutile. Politicamente corretta, ben motivata, ingentilita dalla tua intelligenza. Ma che sembra scritta da una persona lontana mille chilometri da quella realtà quotidiana che invece ogni giorno, faticosamente, dovremmo raccontare. Perché vedi, non c'è mica bisogno che tu lasci le tue impronte al ministero dell'Interno: di te, come di me, si sa già tutto. Si sa dove abitiamo, quando siamo nati, se siamo sposati oppure no, se abbiamo figli. Siamo schedati all'anagrafe (ti pare una brutta espressione? Eppure è proprio così: schedati), in tasca portiamo la carta d'identità, la patente, anche il passaporto. Non so tu, ma io sono sicuro di aver lasciato almeno una volta nella vita le mie impronte digitali. Fu alla visita di leva. Eravamo in tanti, di tutte le regioni, in quello stanzone, compresi molti siciliani, come te. Nessuno, mi pare, si sentì umiliato.
Per carità, se parliamo di figuracce linguistiche, «e» aperte o chiuse, ti capisco benissimo. Di quelle non ne azzecco una nemmeno per sbaglio. Con la pronuncia ho più o meno lo stesso rapporto che Di Pietro ha con il congiuntivo: separati in casa. E quindi, da piemontese, mi sono sentito fare mille volte il verso del gelato alla meeenta con accenti degni di Macario, o basta là, e cereia a tutti. Ma come fai a paragonare questi inevitabili (e più o meno gradevoli) sfottò regionali con il razzismo? Stiamo parlando di due pianeti diversi, distanti fra di loro più che il mio Torino dallo scudetto (ahinoi). Il riflesso condizionato, dici. E va bene, ma il riflesso incondizionato non può essere un minestrone.
Ti chiedi perché il ministro dell'Interno prevede di prendere le impronte ai rom, e non invece a tutti. Per un semplice fatto, cara Sabrina: prenderle a tutti, ora, sarebbe come dire non si fa nulla. Ancora una volta. E invece qualcosa bisogna fare. C'è un'emergenza. E l'emergenza è lì, nei campi nomadi, che abbiamo lasciato crescere colpevolmente senza controllo dentro le nostre città. E lì che si nascondono la criminalità, gli abusi, le violenze, i bambini mutilati e costretti a mendicare, quelli venduti, quelli picchiati, obbligati a fare da cavie per allenare i cani da combattimento. Ti invito a leggere le intercettazioni che pubblichiamo in queste pagine. Ci sono rom che insultano i loro piccoli, colpevoli di non aver rubato abbastanza. Li minacciano: «Ti faccio violentare da un marocchino». Oppure: «Prego Dio che ti uccida».
Prendere le impronte a questi bambini è discriminarli o proteggerli? Io penso che la vera discriminazione sia l'indifferenza che in questi anni abbiamo mascherato dietro il buonismo politicamente corretto che trasuda dalla tua lettera. Abbiamo fatto finta che il problema non ci fosse. E abbiamo lasciato che i vari Zoro Sulic continuassero indisturbati a massacrare i loro figli, in base a una cultura distorta, in virtù della quale è lecito vendere una figlia a 11 anni e a 12 vederla messa incinta. È un diritto dell'acquirente, no? Ha pagato quella bambina, no? E dunque può farne quello che vuole: non vorrai mica criticare la cultura rom? Non vorrai mica passare per razzista?
Attorno ai campi rom crescono i furti, le violenze, i crimini. Sono centrali della malavita. Tu lo sai, cara Sabrina, perché lavori alla cronaca di Milano dove ogni giorno raccontate la paura dei cittadini onesti che ormai hanno paura a rientrare nelle loro case. Questi enormi campi nomadi sono un problema. E identificare le persone è il primo passo per cercare di risolverlo, per evitare che i reati si ripetano da una città all'altra, da una regione all'altra, in un multiculturalismo del crimine che inevitabilmente ha fatto e farà ancora aumentare la diffidenza.
Lo sai qual è la differenza fra noi e i rom? È semplice. Se tu oggi commetti un'infrazione mentre guidi l'auto nella tua bellissima Sicilia e poi domani ripeti la medesima infrazione qui a Milano, la polizia ci mette un attimo a capire che sei sempre tu. Ti arriva la doppia multa a casa, se non sei stata attenta perdi la patente. Se invece un bimbo nomade viene obbligato oggi a rubare in Sicilia e domani a Milano, nessuno lo riconoscerà. E quindi nessuno lo saprà. Nessuno lo potrà aiutare. E così anche se quel bambino venisse venduto. Allora ribalto la tua domanda finale: prendere le impronte digitali a lui e non a te, ti sembra proprio così strano? Qualche giorno fa un magistrato milanese ci confidava: «Noi lo facciamo già, altrimenti non sapremmo come riconoscere i minori rom». Quel magistrato, sono sicuro, non ti ha mai cercato. Ma sta tranquilla, casomai volesse, ti troverebbe facilmente. E ti riconoscerebbe in un attimo, senza bisogno delle impronte digitali. E dunque non ti preoccupare: grazie per la lettera, ma puoi risparmiarti il beau geste.
Mario Giordano