Non ci sono scappatoie, bisogna ripartire da zero

Che cosa accadrà? Istituzioni a un bivio: o ripetere il voto, ma sarebbe
una pressione indebita, o considerare morto il Trattato

E ora è davvero un bel guaio. Dei 27 Paesi chiamati a ratificare il Trattato di Lisbona, che sostituisce la Costituzione europea, solo uno, l’Irlanda, era obbligato a farlo per via referendaria. E, come accadde in Francia e in Olanda tre anni fa, il popolo ha detto di no. Ma no a che cosa? All’idea di Europa?

Improbabile in un’Irlanda che, grazie alle normative e agli aiuti comunitari, nel giro di pochi anni si è lasciata alle spalle la povertà diventando se non ricca, perlomeno molto agiata. Ma, come tutti gli europei, gli irlandesi non capiscono più il proprio Paese, non sanno più se conta di più il governo di Dublino o la Commissione di Bruxelles; e quando chiedono ragguagli nessuno è in grado di tracciare unconfine preciso tra l’uno e l’altra. E ciò genera smarrimento. Ufficialmente l’Unione europea è un gigante dimezzato, un moloch che arranca faticosamente tra mille compromessi; insomma, non dovrebbe far paura. Nella realtà, però, i cittadini si accorgono di aver perso buona parte della sovranità nazionale e di subire la pressione di un potere che, paradossalmente, resta senza volto.

Chi rappresenta l’Europa oggi? Il presidente Barroso no di certo. L’Europa è un’oligarchia impalpabile ma molto influente, che condiziona la politica economica di ogni Paese, sovrasta i Parlamenti nazionali grazie alle direttive, fa giurisprudenza attraverso la Corte di giustizia europea.Eincoraggia migrazioni massicce attraverso l’accordo di Schengen, positivo sotto molti aspetti, ma le cui ripercussioni sono state a lungo sottovalutate e che ha finito per agevolare l’afflusso di clandestini extracomunitari. Gli irlandesi hanno votato no a larga maggioranza per una ragione in fondo semplice: non hanno capito che cosa fosse davvero il Trattato di Lisbona, che riprende le linee fondamentali del progetto di Costituzione bocciato nei referendum di Parigi e dell’Aia del maggio 2005. Pretendevano chiarezza e un’Europa finalmente più democratica, invece si sono visti sottoporre un’insieme di accordi che facevano apparire l’Europa ancor più criptica e impenetrabile; col sospetto che quelle norme potessero renderla ancora più influente. Così tra gli elettori è prevalso l’istinto di conservazione e di sfiducia non nell’idea di Europa ma nella complessità di un processo che ha funzionato fino agli anni Novanta,mache ora appare inadeguato. Ciò non significa che l’Europa andrà a rotoli: i trattati approvati finora resteranno in vigore e le istituzioni continueranno a funzionare sebbene in modofarraginoso.

Insomma, tecnicamente poco cambierà. Ma il significato politico è devastante. Innanzitutto per la Germania della Merkel, che battezzò quel trattato il 23 giugno del 2007, ma anche per Nicolas Sarkozy, che ebbe un ruolo decisivo nel convincere i partner europei ad approvarlo, e che dal 1˚ luglio assumerà la presidenza di turno dell’Ue, con molto imbarazzo. Già perché pochi giorni fa il ministro degli Esteri francese Kouchner è riuscito a spingere molti elettori indecisi dalla parte dei contrari dichiarando che «le prime vittime di una vittoria del no sarebbero gli stessi irlandesi» e accusandoli di ingratitudine «considerati i molti soldi ricevuti dall’Europa». Macome uscire dalla crisi? Tecnicamente bisognerà aspettare il vertice europeo di giovedì prossimo a Bruxelles. Ieri il presidente della Commissione Barroso ha dichiarato che non esiste un «piano B» per aggirare il no e probabilmente non mente. Le soluzioni sono due. La prima: lasciare calmare le acque e far ripetere il referendum, come avvenne nel 2001, quando gli irlandesi respinsero Trattato di Nizza. Un anno dopo tornarono alle urne e prevalse il sì.

Tuttavia il clima oggi è molto diverso e questa opzione rischierebbe di essere interpretata come un esercizio di imperio da parte di Bruxelles e dunque di produrre l’effetto contrario. Insomma, per ora viene considerata improbabile L’alternativa è drastica: considerare nullo il Trattato di Lisbona e ricominciare tutto da capo. Un altro francese, il premier Fillon, ha ammesso ieri, a cuore aperto «che i leader europei dovranno dimostrare agli irlandesi e agli europei di saper dare risposte concrete alle questioni di fondo». Fillon intuisce che questa volta non basteranno scappatoie giuridiche né operazioni cosmetiche. Francia, Olanda, Irlanda: impossibile aggirare tre no in tre anni. L’Europa deve imparare a crescere con il consenso del popolo.
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