"Non diventerò mai Jago. Amo troppo Otello"

Il Tenorissimo torna alla Scala: «È un luogo mitico, mi mette ancora soggezione». E sui giovani: «Non mancano talenti, ma perdono la voce facendo marketing»

di Piera Anna FraniniIl 21 gennaio ha compiuto 75 anni. In mezzo secolo d'attività, ha totalizzato 3.700 esibizioni vestendo 144 ruoli. È Placido Domingo, il Tenorissimo e, più recentemente, baritono e direttore d'orchestra. Ha fondato un concorso, Operalia, che scova e lancia talenti. Conduce teatri, quello di Los Angeles e un tempo di Washington. È artista tra i più conosciuti e influenti, attorno alla sua figura ha costruito un vero impero musicale, coniugando la propria intelligenza imprenditoriale con quella della moglie Marta, sempre al fianco. Un pezzo di storia della musica: in parte scritta alla Scala, dove torna il 25 febbraio per «I Due Foscari» di Giuseppe Verdi. Cosa continua a rappresentare la Scala? «La quinta marcia. Basta pensare ai grandi nomi che hanno lasciato un segno. Ha un passato che non può non fare soggezione a quanti vi lavorano oggi, sia per la prima sia per la centesima volta». Vi ha debuttato nel 1969. Cosa è cambiato nel frattempo?«Il modo di lavorare muta in relazione alle persone che dirigono il teatro. E questo accade in qualsiasi teatro del mondo. Ma la Scala rimane un luogo quasi mitico per tutti noi che dedichiamo la vita all'opera». Sa che l'enciclopedia Britannica la colloca tra i 100 musicisti più influenti della storia? «Quali musicisti?». Si va da Bob Dylan e Madonna a Chopin, Haendel, Liszt... «Se tra i cento vengono annoverati anche i grandi compositori, quelli che hanno creato la magnifica musica che noialtri abbiamo il privilegio di interpretare, non potrei figurare tra loro». Ha avuto una vita di successi, incontri speciali. Non le manca, talvolta, un po' di normalità? «È vero che sotto certi punti di vista ho una vita molto movimentata e piena di attività insolite, però riesco a passare molto tempo con la mia famiglia e ho amici dappertutto nel mondo. E questo lo considero un privilegio». Quale è stato il ruolo della sua famiglia nel corso della carriera? «Essenziale l'aiuto unico di Marta, mia moglie, ed essenziale l'amore sia di lei che dei miei figli e ormai anche dei nipoti. Senza famiglia mi sentirei solo, non potrei andare avanti». Quali erano le sue aspettative da giovane tenore? Suppongo sia andato ben oltre le aspirazioni di gioventù.«Ho sempre cercato di fare il mio meglio, anche quando, all'inizio, facevo il comprimario. Mi sono sempre impegnato a calarmi nel personaggio». Di fatto, è passato subito ai ruoli di primo piano. Placido Domingo è sbocciato presto...«Sì, è vero. Ho iniziato ad avere i ruoli principali già a 20 anni. Se non avessi avuto la carriera che ho, credo che sarei stato contento comunque di partecipare a una piccola parte della storia dell'opera. E si noti bene che i nomi dei più grandi cantanti dell'Ottocento Rubini, la Malibran, la Pasta sono noti oggi solo agli storici e ai fan più accaniti, mentre i nomi dei loro contemporanei Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi sono conosciuti anche a chi non frequenta regolarmente l'opera».Il ruolo che non affronterebbe mai? «Quello di Jago, offenderei Otello. Ho amato troppo questo personaggio per mettermi nei panni del suo antagonista. Non vorrei mai fare Scarpia, perché anche in questo caso sono troppo legato al ruolo di Cavaradossi». Cosa la intriga dell'attività di direttore d'orchestra? «Mi affascinano soprattutto due cose. La prima è la possibilità di dare un'impronta interpretativa a tutto il pezzo che sto dirigendo, e non solo alla mia parte di cantante. Poi, quando dirigo un'opera, sento la gioia di poter aiutare i miei colleghi che cantano, perché so dove devono prendere fiato, dove hanno bisogno di andare un po' più velocemente o lentamente. Trovo che questo sia un vantaggio». Ha avuto una carriera formidabile, fatta di gioie artistiche ma anche economiche. Che rapporto ha con i soldi?«Ricordo sempre la battuta di Federico Fellini quando gli fecero questa domanda: Quanto mi paghi per rispondere?. Scherzi a parte, uno degli aspetti belli dell'avere una carriera fortunata è che posso lasciare la gestione dei soldi agli altri. Non ho alcun talento in questa materia». Segue i cantanti pop? La incuriosisce il loro modo di stare in palcoscenico, di gestire la carriera?«Certo. Sono praticamente nato in palcoscenico e da ragazzo ho fatto di tutto zarzuelas, opere, pop, musical - e ho anche accompagnato cantanti pop al pianoforte. Quindi tutto questo mi viene naturale». Tempo fa stava pensando a uno spettacolo da portare in tournée. Una produzione con cantanti, scenografie, balli. La realizzerà? «Continuo a pensarci effettivamente. Mi piacerebbe fare concerti da mettere in scena, anziché avere solo l'orchestra in palcoscenico, vorrei creare uno spettacolo completo, dando vita ad una produzione che possa anche girare per il mondo».Ha un'agenda e giornate piene. Ma quando si riposa, dorme? «Ho la fortuna di poter dormire se e quando l'opportunità si presenta. Basta che io veda la poltrona di un aereo e m'addormento. Quindi magari dormo con orari irregolari, ma dormo. E poi faccio un lavoro che mi piace, e questo mi ricarica continuamente. Tante persone si alzano alle 5 del mattino, viaggiano per ore per fare mestieri che non amano. Io ho lo stesso entusiasmo di 50 anni fa. In tal senso, faccio un lavoro facile». Facile ma che richiede quali doti per farcela? «Bisogna saper gestire la propria voce». E, sempre più, anche l'immagine.«Che tra altro è cosa via via più difficile negli anni. Un tempo avevamo vite più semplici. Per esempio, facevi un disco, e poi stop. Adesso lo devi promuovere rilasciando interviste, andando in tv. Gli attori si dedicano a questo dopo aver girato il film, noi dobbiamo inserire il tutto fra una recita e l'altra, e quando vai in palcoscenico devi essere al top: lo spettatore ha pagato un biglietto, non è tenuto a sapere che tu hai speso il giorno in interviste. Ecco, allora bisogna difendersi dal sistema». Ha al suo attivo oltre cinquant'anni di carriera. Quali le gioie e quali i dolori che le ha riservato questa attività?«Molte le gioie, mentre sono pochi i veri dolori. Ma non mi piace fare bilanci, preferisco lavorare». Come organizzerà il suo ritiro dalle scene? Quando ci pensa, che sensazione prova? «Spero che quando non potrò più cantare riuscirò comunque a continuare a dirigere e a fare l'amministratore. Quindi un ritiro totale dal mondo lirico non lo prevedo». Non è pessimista sul futuro dell'opera?«No, perché l'opera è immortale, il repertorio è gigantesco. Ora bisogna incoraggiare i compositori a fare nuovi pezzi, i teatri devono andare oltre la prima esecuzione». Cosa risponde a chi dice che non ci sono più i cantanti di una volta? «Non mancano le voci in senso assoluto, mancano per certi ruoli. Ci sono problemi a fare alcune compagnie verdiane, per esempio. Per opere come Don Carlo è difficile avere tutti i cantanti di serie A, devi per forza prendere qualcuno di serie B e magari C. Ma ci sono ancora tanti bei talenti in giro: vanno tutelati perché non si perdano per strada». Un consiglio ai giovani? «Oggi il problema non è tanto quello che canti, ma quello che ti fanno fare. Capita che sottopongano un giovane cantante a decine di interviste al giorno, per il marketing. E alla fine il cantante perde la voce: per la pubblicità». È più faticoso un recital di canto o reggere le tre-quattro ore dell'opera? «La grande differenza tra un'opera e un recital è il lavoro che sta dietro ad una produzione. Per mettere in scena un'opera in teatro sono necessari come minimo dieci giorni di prove, se non addirittura un mese per le nuove produzioni, ed ogni giorno sono una media di sei-dieci ore in cui si adopera la gola. Tutto questo è più faticoso rispetto ad un concerto, che permette di fare molte meno prove ed avere il tempo anche per riposare». Cosa fa, finita la recita, per liberare la mente?«Di solito vado a cena perché mangio poco o niente prima di cantare e mi distendo poco a poco».