"Non ho potuto fare il pilota ma ho un pezzetto di Gagarin"

È il numero uno della filatelia e del collezionismo in Italia: «Raccogliere oggetti è un bisogno naturale. Sono passato dai francobolli allo spazio»

«Guardi questa, è davvero unica. È conosciuta come One Two Three: è un busta inglese del 1841, è affrancata con i primi tre francobolli della storia. La vorrebbero da ogni parte del mondo». Alberto Bolaffi, terza generazione della casa d'aste e di filatelia torinese, passa rapido tra le vetrine dell'archivio storico. «Non mi chieda quale Stato italiano ha introdotto per primo i francobolli, è una questione troppo controversa. Qui però c'è la prima busta partita dall'Italia con regolare affrancatura. È del 1849, è stata spedita da Roma dove erano acquartierati i soldati francesi che avevano occupato la città: uno di loro scrisse in patria e applicò il bollo prescritto dalle autorità di Parigi».

La sede della Bolaffi è in un vecchio palazzo in pieno centro, a pochi passi da via Roma e Piazza San Carlo; gli interni sono un'infilata di uffici dominati da massicce scrivanie ottocentesche su cui poggiano i computer. Museo e caveau ospitano un tesoro: ci sono francobolli, come uno dei due esemplari noti del «primo vero francobollo del mondo», il Chalmers del 1838, e poi il disegno della prima emissione ufficiale, il Penny Black del maggio 1840. Ma c'è anche altro: una splendida raccolta di tavolette babilonesi; lettere autografe di re inglesi: Giovanni Senza Terra, Enrico VIII, Elisabetta I; la prima lettera indirizzata dalle Americhe a un privato, del 1512; fino al telegramma mandato da Nikita Kruscev a Yuri Gagarin al termine del suo viaggio intorno alla terra: «L'ho comprato io stesso dalla vedova. Siamo stati noi in Bolaffi i primi a occuparci di collezionismo spaziale». Il filo conduttore dell'intero percorso è uno solo: la parola scritta. E nel nome della parola la collezione comprende una pagina della Bibbia di Gutenberg, le due prime edizioni del Capitale di Marx, in tedesco e in francese, la bozza della Teoria della relatività di Albert Einstein, con le correzioni a matita dell'autore. «Mi sono inventato un termine», spiega Bolaffi. «Filografia, lo studio e il commercio di ogni tipo di oggetto che riguarda, appunto, il tema della scrittura. Io stesso ho iniziato a farne una collezione. Tutto partendo dal francobollo, che ha rappresentato in questo campo una svolta decisiva».

Che cosa intende?

«È stato il francobollo che ha permesso di divulgare e di far circolare in modo facile la scrittura».

E voi di francobolli vi occupate da generazioni.

«Sì, anche se il primo commercio di famiglia è stato un altro. Il padre del mio bisnonno paterno, che era di una vecchia famiglia ebrea espulsa dalla Spagna ai tempi di Isabella la Cattolica e poi trasferita a Gibilterra, vendeva piume di struzzo. Un oggetto esotico e molto importante per l'abbigliamento delle donne eleganti dell'epoca, servivano per i cappellini i ventagli. Suo figlio, per la disperazione dei suoi, preferì occuparsi invece di teatro, come impresario. E visto lo stile di vita, affidò mio nonno Alberto, di cui porto il nome, a due zie ungheresi. Che da Livorno, dove il nonno era nato, si trasferirono a Torino».

E qui ricomincia la storia commerciale della famiglia.

«Sì, prima con il nonno e con mio padre Giulio. Io sono nato nel 1936, frutto dell'incrocio tra il ghetto e la solida borghesia piemontese».

Cioè?

«Lo dico in senso figurato, nel senso che in Piemonte di ghetti non ce n'erano. Ma l'ebraismo del ramo paterno si è incrociato con il cattolicesimo di quello materno. Mio padre, era appassionato, come me, di equitazione; si ruppe un braccio cadendo da cavallo e in convalescenza andò alle Terme ad Acqui. Qui incontrò mia madre, erede di una famiglia di fabbri della zona di Alessandria, che si erano poi specializzati nel costruire orologi da campanile ed erano diventati piccoli industriali, sviluppando durante la Prima guerra mondiale la prima rudimentale tecnologia per le bombe da aereo. Eravamo a metà tra due mondi ma alla nostra nascita papà insistette perché io e mia sorella ricevessimo un'educazione ebraica».

Praticamente subito arrivarono le leggi razziali.

«Non solo. Mia madre, una donna bellissima, era però debole di costituzione. Le venne la tisi, si trasferì a Bormio in un sanatorio, dove poi è morta durante la guerra, quando aveva solo 37 anni. Noi siamo stati affidati per anni a balie e istitutrici. Dopo il 1943 mio padre, che a suo tempo era stato nei Guf, i gruppi universitari fascisti, salì in montagna in Val Di Susa e divenne comandante di una brigata partigiana di Giustizia e libertà».

E voi?

«Noi fummo affidati a un'istitutrice, ebrea, che portò in montagna anche noi, in val di Lanzo, dove sopravvivemmo tra mille ristrettezze fino alla fine della guerra. Almeno in un caso ci andò davvero bene: nella baita dove vivevamo entrò un ufficiale delle camicie nere, impegnato in qualche rastrellamento. Ci chiese chi eravamo e quando gli dicemmo che eravamo sfollati finse di crederci e se ne andò».

E alla fine della guerra lei torna torinese.

«Nemmeno per sogno. Ero senza madre, in una famiglia borghese di allora. Fui spedito in un collegio in Svizzera, i primi tempi vicino a Losanna. Anni durissimi, di quelli che ti uccidono o ti rendono forte. I bambini sanno essere crudeli e io ero «lo sporco italiano» o «lo sporco ebreo»: ne ho prese tante e tante restituite. Ero arrivato in Svizzera senza sapere una parola di francese, tornai dopo la maturità, avendo dimenticato l'italiano, visto che anche d'estate in Italia ci stavo pochissimo».

Quando entrò nell'azienda di famiglia?

«Finito il liceo, di nuovo stabilmente a Torino, mi iscrissi e Economia e Commercio, che poi dopo un po' di esami non ho finito, ma la mia passione di allora erano gli aerei, negli anni del collegio leggevo e seguivo le gesta dei piloti francesi e inglesi dirante la guerra. Feci il concorso come ufficiale dell'aviazione militare e lo vinsi, se non ricordo male settantacinquesimo su 120. Avevo già in mano il biglietto per Lecce, dove dovevo fare l'addestramento. In quel momento se ne andò una delle persone che guidava l'azienda con mio padre e lui mi chiese di rimanere. Alla fine non sono più partito».

E sua sorella? Si è occupata anche lei di francobolli?

«No, lei, che ha un paio d'anni più di me, dopo la laurea si è dedicata alla psicologia e alla psichiatria».

Da quando lei è entrato in Bolaffi come è cambiata la vostra attività?

«Con mio padre ci occupavamo di francobolli, monete e poco altro, per esempio le figurine Liebig. Due o tre impiegati e si curavano i rapporti con pochi grandi mercanti o collezionisti. I tempi sono cambiati e ho puntato su una rete più ampia di distribuzione, attraverso negozi e agenti, ma la spina dorsale sono sempre stati i francobolli, anche per rispetto della tradizione. Poi ho allargato il raggio d'azione. A francobolli e monete si sono aggiunte le vendite per corrispondenza; le aste, che operano in ogni campo del mondo dell'antiquariato. Produciamo album e accessori per la filatelia; pubblichiamo i cataloghi e molte pubblicazioni dedicate al collezionismo. Commerciamo anche in metalli preziosi, la Banca d'Italia ci ha autorizzato a vendere lingotti d'oro a marchio Bolaffi».

Il collezionismo è una delle irresistibili passioni umane. Perché, secondo lei, si colleziona?

«Siamo tutti collezionisti, o criptocollezionisti. E collezionare è il frutto della nostra evoluzione. Tutti gli animali guardano, raccolgono e conservano, ma solo noi strumentalizziamo, decidiamo di essere collezionisti, di essere i Pollicini della nostra vita. E io dico che dovremmo collezionare di più, dovremmo imparare a collezionare le persone che abbiamo incontrato, anche quelle che non ci hanno fatto del bene. È un modo di amarle e una manifestazione di quella che chiamo antropofilia, di amore, appunto, per l'uomo».

Le però, in passato non si è occupato solo di collezionismo.

«Visto che i cataloghi dei settori di cui mi occupavo funzionavano, ho incominciato a occuparmi di cataloghi in altri settori: arte ma anche antiquariato, vini, automobili. Poi anche di riviste dedicate al tempo libero. Sono stato il primo, visto che allora c'era solo il periodico del Touring Club. Ero socio della Mondadori quando c'era ancora il fondatore Arnoldo. Ma suo figlio Giorgio e il genero Mario Formenton non facevano altro che litigare. Così, prima ho riacquistato tutte le quote, e poi, quando Giorgio si è messo in proprio, le ho rivendute a lui che ne ha fatto il primo nucleo della società oggi passata a Urbano Cairo».

E adesso che progetti ha per Bolaffi?

«Adesso ci pensa mio figlio maggiore, dell'azienda si occupa lui, ormai siamo alla quarta generazione. Di figli ne ho due: il primo Giulio Filippo, si è laureato in Italia, ha preso un Master in America ed ora guida tutte le attività operative. Il secondo, Nicola Alberto, è stato un fortissimo giocatore di tennis, e dopo la laurea si è dedicato alla pittura e alla narrativa».

E lei fa il pensionato?

«Diciamo che io adesso preferisco dedicarmi alle mie idee scellerate».

Scellerate?

«Lo dico in modo ironico. Tenga presente che io ho un motto: è tutta la vita che cerco di prendermi sul serio ma non mi sono mai raggiunto. Dico scellerate perché descrivono l'uomo come un errore dell'ecologia».

Che cosa intende?

«Diciamo che partendo dal collezionismo, dopo aver catalogato francobolli, monete e oggetti d'arte ho incominciato a pensare all'uomo e a catalogare anche la natura umana. E ho iniziato a riassumere questa riflessione con un termine, zoosociologia, al quale ho dedicato diversi libri».

Zoosociologia? Che cosa vuol dire?

«La zoosociologia considera l'uomo per quello che è, un animale, un mammifero che discende da altre specie di primati. Io però vado oltre la distinzione tra creazionisti ed evoluzionisti. Perché anche in chiave evoluzionistica si può ipotizzare un intervento divino, un intervento creatore che dà il via all'evoluzione».

E invece?

«Il mio ultimo libro, che sta per uscire, si intitola Adamo ed Eva non previsti da Dio. E proprio questo voglio dire: non siamo figli prediletti, ma frutto del caso, di un salto imprevedibile. L'origine dell'uomo è legata a un'anomalia cerebrale, io lo chiamo anomalismo, che in altre circostanze avrebbe potuto portare alla sua estinzione e che invece ci ha portato ad avere un cervello accumulativo rispetto a quello conduttivo degli altri animali».

Che differenza c'è?

«Il cervello conduttivo è alimentato dall'istinto e risponde alle sollecitazioni necessarie alla sopravvivenza, a difendersi, nutrirsi, moltiplicarsi. Quello dell'uomo consente di accumulare, costruire e diversificare esperienze e conoscenze. È questa la caratteristica dell'animale privo di peli, come diceva Desmond Morris. Il cervello conduttivo garantisce una vita in armonia con l'eco-sistema, il cervello accumulativo sfida questo sistema e arriva a superarne i confini con l'intelligenza artificiale. Guardi alla data chiave del 1967».

Che cosa è successo nel 1967?

«Il primo trapianto di cuore. Ricorderà Chris Barnard. È quella la svolta fondamentale: l'inizio e lo sviluppo della bioingegneria ha creato e approfondito la separazione tra noi e il resto della natura».

Una visione all'apparenza lontanissima da ogni religione...

«In realtà io penso che le religioni siano le più alte accademie morali che abbiamo. Gli uomini religiosi sono i migliori, non c'è dubbio. E io personalmente faccio l'ebreo».

Una contraddizione, almeno apparente...

«Guardi, faccio l'ebreo per due ragioni. La prima è la passione per collezionismo antiquario, visto che è la più antica religione monoteista. E poi come reazione all'antisemitismo imperante».