Non lasciamo soli i familiari coi loro malati

Amedeo Crisafulli desidera morire, i messaggi cifrati che il paziente manda chiedono la fine, la morte. Gli stessi familiari non ce la fanno più ad accudirlo... Il dolore, quello continuo di dover tutti i giorni assistere una persona allo stato vegetativo, è terribile. Capisco quindi la lettera che i familiari di Salvatore scrivono al ministro Fazio.
In sintesi chiedono che, se la scienza medica e la politica sostengono che una persona allo stato vegetativo debba vivere, ci siano anche le condizioni di assistenza adeguate. Non possono i genitori e fratelli sostenere da soli queste tragiche condizioni di Salvatore. Di qui la proposta di eliminare tutti quegli interventi clinici che hanno come risultato di riconsegnare il paziente alla famiglia in uno stato vegetativo. Dopo il caso Welby e Englaro si torna a discutere se tenere in vita un paziente in certe condizioni o farlo morire. Il rischio è di schierarsi, ancora una volta, per la risposta più convincente e risolutiva: decidere o lasciargli decidere la dolce morte. Le tesi si contrappongono e le parole sono come un fiume in piena che cerca di travolgere ogni risposta per la vita. Mi sia quindi permesso, come cittadino che lotta ogni giorno per far vivere anche chi è solo presenza umana (mai un vegetale), di esprimere una mia opinione che certamente troverà dissensi, risposte radicali, smentite categoriche. Avverto, prima di tutto, che è venuta meno in noi l’appartenenza alla vita, specie quando i suoi limiti si manifestano. Tra questi limiti certamente la sofferenza occupa il primo posto. La malattia grave fa soffrire il paziente e dà sofferenza ai familiari.
Non siamo più allenati a partecipare, rispondere alle sfide che la malattia ci riserva. Il dolore personale e degli altri va soppresso. L’eutanasia rappresenta la soluzione, la spaccatura di un anello di questa catena umana. L’anello che soffre e fa soffrire va tolto dalla «catena» familiare e sociale per liberare e liberarsi. Si cerca, in questi casi, di far valere un testamento biologico, la disperazione e solitudine dei familiari, la coscienza pragmatica degli opinionisti, il diritto di fermare, bloccare un corpo che vegeta. Sta di fatto che se togliamo questi «anelli» deboli dalla catena umana, quest’ultima risulterà sempre più debole. Vi dico il motivo. Si vive e si cresce insieme se siamo capaci di valorizzare ogni presenza in questo poema umano. Anche i 2800 pazienti in coma vegetativo presso le famiglie, ospedali e case d’accoglienza sono una «voce» purtroppo inavvertita che richiama a tutti noi il senso completo di questa nostra piccola storia umana. Ci dicono quello che veramente siamo e come finiremo. Ma soprattutto gridano alla nostra mente e cuore il valore e la forza della carità. Una società che oppone alla carità l’egoismo ha in sé il virus della sua sconfitta. C’è chi sostiene che far morire Salvatore è un gesto d’amore. Non sarebbe una novità, anche con Eluana e Piergiorgio è stato scritto, detto. Eppure, il vero amore sta «nel dare la vita per chi si ama».
Scriveva don Carlo Gnocchi: «La ragione vera e intima della mia tristezza (...) è questa, anche se non facile a dirsi: quella di non sentirmi più circondato dalla poesia della carità e dell’ideale di fare il bene per il bene...». Penso che anche la crisi e la tristezza dei familiari di Salvatore stia nell’essere rimasti soli su questo calvario senza poesia della carità. I politici subito facciano la loro parte per non far morire Salvatore. E noi tutti levighiamo le scorie dell’egoismo dal cuore.