«Non lavoro gratis per lo Stato Siamo come i servi della gleba»

MilanoGiorgio Fidenato è presidente di un’associazione agricola di Pordenone ed è il pioniere di questa nuova forma di disobbedienza fiscale.
Ma come le è venuta in mente?
«Non vedo di buon occhio questo interventismo dello Stato, questa mania di inserirsi ogni giorno nei meccanismi della nostra vita».
C’è un fondamento «ideologico» nella vosta battaglia? E soprattutto, c’è un precedente?
«Guardi, qui al Nord certe idee trovano da sempre un humus fertile. E la rispostà è sì, due volte. Ci sono una serie di “testi sacri” sul liberalismo e c’è un precedente importante...».
In Italia? Non credo.
«No, infatti. Negli Usa negli anni Quaranta una imprenditrice di nome Vivienne Kellens ha fatto la stessa cosa che abbiamo fatto noi. Trovò incostituzionale che lo Stato la obbligasse a lavorare gratuitamente per lui».
Com’è andata a finire?
«Il processo si risolse in un nulla di fatto, la Kellens mollò anche per il clima maccartista dell’epoca. Ma c’è una sentenza importante. Lo Stato, allora, le prelevò i soldi che spettavano di imposte fiscali dal conto corrente. Ma la Corte le diede ragione e costrinse lo Stato a restituirle fino all’ultimo centesimo».
Mi sembra che comunque abbiate poche speranze...
«Noi abbiamo tratto le stesse conclusioni della Kellens. Lo Stato - gratis - può solo chiedermi di fare il teste, il giurato o il militare. Punto. Il resto è roba da servi della gleba».
Addirittura...
«Noi crediamo che quello di non lavorare gratis per lo Stato sia un diritto “naturale”, che nessun sovrano e nessun parlamento a maggioranza assoluta può negarci».

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