Non è un peccato alzare i tassi

A problemi complessi non si possono dare risposte semplicistiche. Sale il prezzo del petrolio e delle materie prime, s’impennano i prezzi della benzina, del gasolio, dell’elettricità e del gas, l’inflazione arriva in Italia al 3,8%, si riduce la massa spendibile delle famiglie, aumentano i costi di produzione industriali e quindi, alla fine della giostra, l’economia ristagna. Si chiama stagflazione e l’Italia è dentro fino al collo.

La richiesta di molti alla Banca centrale europea è di ridurre i tassi di interesse oggi al 4%. Se la Bce dovesse farlo aggiungerebbe al fuoco dell’inflazione altra benzina. L’inflazione, infatti, erode i redditi fissi (non a caso viene chiamata l’occulta imposta dei poveri),ma anche il risparmio che non investirà più in titoli a mediolungo termine se non a tassi di mercato decisamente più alti. Alla scellerata crisi dei mercati finanziari per i mutui americani se ne aggiungerebbe, dunque un’altra, quella del risparmio investito e quella del risparmio ancora da investire e imprese e famiglie vedrebbero schizzare in alto i tassi di mercato.

Al contrario tassi alti a breve determinerebbero per i suoi effetti antinflattivi aspettative di tassi in calata nel lungo termine. Naturalmente alti tassi a breve non aiuterebbero certo la crescita dell’economia. Meno che meno, però, l’aiuta un’inflazione galoppante che avvia una rincorsa prezzi-salari destabilizzante e, comunque, incapace di difendere il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese oppresse dall’aumento dei costi di produzione.

L’inflazione va combattuta a) con una politica monetaria rigorosa, b) con bacchettate durissime alla finanza speculativa (vedi, a esempio, la quotidiana crescita dei cosiddetti «futures» sui barili di petrolio, quelle scommesse, cioè, sul rialzo progressivo dei loro prezzi) c) intervenendo sul riequilibrio tra domanda e offerta in particolare sulle materie prime. I primi due strumenti sono di competenza delle autorità di vigilanza e, in particolare, delle Banche centrali il cui freno alla speculazione di ogni tipo, immobiliare o finanziaria, è stata in questi ultimi tempi davvero debolissima. Per le cose dette, allora, con questa inflazione il tasso di sconto certamente non deve essere abbassato e forse può essere aumentato almeno di un quarto di punto.

A sostenere la crescita economica dovrebbero pensarci i governi nazionali attivando politiche anticicliche con l’accelerazione degli investimenti pubblici e privati e stimolando l’intero sistema finanziario e industriale italiano. Un’azione quella governativa che dovrebbe contrastare anche l’inflazione con significative riduzioni della pressione fiscale su benzina, gasolio, elettricità e gas. Insomma se chiediamo giustamente ai petrolieri di ritornare allo Stato parte di ciò che hanno guadagnato in più è anche giusto che lo Stato faccia la stessa cosa con imprese e famiglie avendo incassato nell’ultimo anno oltre 2 miliardi di euro in più per l'aumento del prezzo del petrolio. Per le materie prime le direttrici di marcia possono essere, invece, due. Limare l’Iva e avviare profonde modifiche alla politica agricola comunitaria che in tutti questi anni ha ridotto la produzione per difendere i prezzi con la famosa strategia delle quote. Il tempo è cambiato. C’è una domanda alimentare che cresce e che va soddisfatta con l’aumento della produzione.

Se ognuno farà la sua parte, l’azione di ciascuno moltiplicherà gli effetti dell’altra. Confondere i ruoli gettando sulle spalle dell’uno (la Bce) le responsabilità dell’altro (i governi) sarebbe un errore grave. La politica monetaria lassista, inoltre, non ha mai favorito una crescita virtuosa. Lo dimostrano i tassi reali negativi del Giappone negli anni ’90 durante i quali l’economia di quel Paese ha conosciuto stagnazione e recessione. E lo dimostra la stessa politica della Federal Reserve che in pochi mesi ha dimezzato i tassi senza che l’economia americana abbia ripreso forza e vigore mentre è scoppiata l’inflazione. Per concludere, una politica monetaria rigorosa, una politica di bilancio non recessiva e una politica fiscale orientata a favorire investimenti privati e domanda di consumi sono la giusta risposta alle difficoltà di oggi ma anche la speranza del domani.
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