Non sappiamo essere nazione

Vi è nel caso romeno più dell'assassinio romano. Il grave fatto di sangue è entrato nella politica italiana; e la sua realtà non sta nell'immigrazione ma nel rapporto della sinistra con essa. È servito a Veltroni per far dimenticare il suo passato di sindaco buonista, punto d'incontro tra cattolici e sinistra, nel volto di una Roma plurale, aperta al mondo. Per far questo, ha scelto di singolarizzare l'immigrazione romena nel vasto mondo dell'immigrazione extracomunitaria. Un passo pericoloso, perché ha esposto la nazione italiana, non razzista perché di cultura cattolica, alle accuse di una nazione, la Romania, che parla una lingua neolatina e ha vissuto l'impronta romana e cristiana nei secoli del dominio turco.
I rom non sono «i romeni», sono una minoranza in Romania, con le medesime difficoltà che essa incontra in Italia: il loro nomadismo li fa vivere presso la città, ma non dentro di essa. E sono quindi marginali, disprezzati e temuti. Hanno origini indiane, sono stati introdotti dai turchi nelle terre cristiane. Gli zingari in Italia hanno cattiva fama, perché sono visti come autori di furti, di rapine, di mobbing della mendicità e persino rapitori di bambini. Ne è stato scoperto un tentativo recente finito male.
Gli zingari hanno un grado di nobiltà in Europa perché il nazismo tentò la loro eliminazione come popolo incompatibile con la dottrina nazista sulla razza. Anch'essi hanno avuto una loro minore Shoa. Per questo prendersela con gli zingari e con i romeni crea problemi non solo con la Romania, ma con l'Unione Europea. È l'atto del governo Prodi delle espulsioni immediate e della distruzione delle baracche che fa dell'Italia di sinistra un sospetto razzista in Europa. Veltroni deve essere ben in difficoltà per far commettere al governo Prodi un atto così lontano dalla sinistra europea; e non solo dalla sinistra.
Il problema dell'immigrazione diviene più grave perché è verso l'Italia e verso la Spagna che puntano le minoranze più attive dell'Africa e del Medioriente. Lo fanno perché sanno che in Italia verranno accolti, che la Caritas offrirà loro da mangiare e magari da dormire, che la regola del cuore del popolo italiano è la compassione, che la magistratura impedirà loro di essere espulsi e la polizia non impedirà il loro rientro. Secondo la Caritas, gli immigrati in Italia sono quasi quattro milioni e raggiungeranno, prima del 2050, i dieci milioni: un quinto della popolazione come negli Stati Uniti, ma con cinque volte di residenti in meno. Così finisce l'Italia come l'abbiamo conosciuta.
Alla base di questo vi è un fattore unico in Europa: l'Italia ha perso il sentimento di essere nazione e di essere uno Stato fondato sulla nazione. Esiste la britishness, esiste, e come, la France; anche la Germania, dopo il nazismo, ha ritrovato un modesto senso nazionale. Gli altri Paesi dell'Unione Europea hanno un senso esasperato della loro nazionalità; lo si vede nell'impossibilità di creare un super Stato europeo e una Costituzione europea.
Solo in Italia la nazione cessa di essere un'identità. Due grandi culture cosmopolite l'hanno governata dopo il fascismo: il cattolicesimo e il comunismo. E in nessuna dei due l'idea di Stato nazionale ha radici profonde. La sinistra è oggi dominata dall'antagonismo, che dà forza al cosmopolitismo della tradizione marxista. In Italia il Papa parla di accogliere gli immigrati e la Chiesa non può parlare altro linguaggio. Ma, se vi sono cattolici impegnati in politica o che almeno si dicono tali, anche in essi deve apparire la differenza tra Chiesa e Stato, così importante nella tradizione cristiana.
Il fatto romeno è un episodio di cui sarà perso la eco dopo la fine del suo uso politico. Ma il problema di conservare la tradizione italiana, impedendo che l'Italia diventi il porto della speranza e della disperazione dell'Africa e del Medioriente, è un compito dello Stato, ora esemplarmente negato dal malgoverno che ci governa per bocca del ministro Ferrero. Ma legalità e sicurezza sono i termini di confronto che gli italiani impongono alla politica: e l'antipolitica divamperà se legalità e sicurezza saranno disattese. Occorre distinguere veramente l'immigrazione legale da quella illegale e organizzare strutture efficaci per il rimpatrio sia giuridiche che economiche. Lo chiede la difesa di un valore dimenticato, ma vivente nel popolo: l'indefinibile realtà che oggi chiamiamo Italia.
Gianni Baget Bozzo
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