Ma non si può mettere a morte quel criminale di Tarek Aziz

Uccidere un uomo cattivo non rende giustizia. Fa assomigliare solo di più a lui. Allora non è perché Tarek Aziz è malato, né perché è vecchio, né perché sette anni dopo il suo arresto si sente solo puzza di vendetta. È solo questo: la condanna a morte per il numero due di Saddam Hussein è sbagliata. Punto. È un errore, una sconfitta, una vergogna. È il miglior modo di continuare a essere un Paese senza pace. È questo che vuole (...)
(...) il nuovo Irak? È questo che vuole il mondo? Aziz era l’uomo più fedele di un dittatore sanguinario. Era quello che s’accendeva i sigari per distendersi, mentre Saddam Hussein gasava i curdi e faceva centinaia di morti. Era un malvagio e non il «volto buono del regime», come viene chiamato ora con quella dose di giustificazionismo che fa rabbia e anche tristezza. È anche contro di lui che l’America ha combattuto in Irak nel 2003. Quella guerra giudicata sbagliata a posteriori da molti, ma che all’epoca era difficile contestare. Tarek Aziz è solo stato il più furbo di tutti: trattava con gli occidentali, stringeva alleanze politiche con leader globali e locali, si faceva dipingere come la parte presentabile di una dittatura impresentabile. C’è uno strano sentimento di riabilitazione in queste ore, qualcosa che suona come un «non si può ammazzare proprio lui». L’ipocrisia che avvolge ogni discussione sulla pena di morte raggiunge vette paradossali nel momento in cui viene ricordato che lui aveva persino avuto l’onore di essere ricevuto da Giovanni Paolo II. L’equazione sarebbe questa: se incontrò il Papa giusto e buono, in fondo anche lui sarà così. Aziz, invece, è colpevole. E oltre al giudizio politico pessimo, alla sua fedeltà nei confronti di uno dei dittatori più duri dell’ultima parte di Novecento, di essere stato complice di epurazioni e sparizioni di avversari politici, è stato accusato anche di avere un ruolo personale nella morte di 42 commercianti di Bagdad.
Ma non per questo merita di morire. Perché l’Irak che lo condanna a morte è molto lontano da essere considerato una democrazia. Perché gli Stati Uniti che supportano il governo irakeno hanno nella loro forza la grande debolezza di non aver saputo debellare la pena capitale. Perché accettare che venga ucciso significa perdere l’opportunità di vederlo passare tutta la vita in carcere. Perché ammazzarlo non aiuterà nessuno a vivere meglio, se non ai suoi rivali politici che lo mandano sul patibolo solo per vendetta.
La condanna a morte è un pezzo di inciviltà che ci portiamo a spasso da troppo tempo. Purtroppo ce ne ricordiamo soltanto quando serve. Questo è uno di quei casi e lascia il sospetto che il risveglio della comunità internazionale arrivi soltanto perché si tratta di un personaggio che in passato è stato molto abile a farsi amici. Ci sono giorni in cui in Iran, negli Stati Uniti, in Corea del Nord, in Cina o nello stesso Irak viene ucciso qualcuno: assassini, ladri, stupratori, dissidenti. In quei giorni si fa fatica a trovare qualcuno che s’indigni. Poi arriva il turno di Tarek Aziz e il mondo cade sulla terra: la pena di morte così diventa una vergogna a gettone, un disonore globale che dipende soltanto da chi è il condannato. Fa ridere, anzi fa piangere. Nessuno merita la morte per il solo fatto che lo Stato che uccide un assassino è un omicida a sua volta. Un’ovvietà che non trova ascolto in molti posti del mondo e che spesso viene ignorata dai cittadini dei Paesi che uccidono spacciando questo per giustizia. La pena capitale non ha senso. Non ce l’aveva prima e non ce l’ha oggi. E basta questo: con Tarek Aziz il mondo era peggiore, con lui in carcere è migliorato, con lui morto non migliorerebbe di più.