Non si rovina così uno scudetto soltanto per un gol

Lo «show» di Zlatan come uno schiaffo agli 80mila di San Siro Il suo è stato un «chissenefrega» in faccia a compagni e tifosi

Ibrahimovic ruba i sogni. Perché s’è arrabbiato con Balotelli? Mario ha solo segnato. In dieci secondi Zlatan ha schiaffeggiato il calcio e se stesso. Si stizzisce al gol di un compagno. È l’insulto a tutto quello che è il pallone, perché chi gioca come lui non può umiliarlo per egoismo. Chi ha raccontato di entrare in campo e seguire l’istinto non si lamenta per il gol di un compagno. Poi c’è il resto, l’accompagnamento di una serata da protagonista per forza, da primadonna per obbligo, da numero uno per grazia di Dio: lui che si butta per terra per un errore di un compagno, lui che chiede a Mourinho di uscire, lui che dice non do la garanzia che resto. Il guastafeste. Ibra è la spavalderia della vittoria e anche la sua peggior dannazione. Ha rovinato lo scudetto, anche se nessun interista vuole sentirlo.
La festa, dicono. Quale festa con il fenomeno che si lamenta per tutta la partita? Quale gioia con il calciatore che ha portato fino allo scudetto la sua squadra che all’ultimo si comporta come un bambino viziato? Il capriccio è la fine dell’allegria: ti puoi incazzare tutto l’anno, non all’ultima giornata, non quando ci sono 80mila persone che pagano per uno spettacolo e non per una partita. L’ipocrisia, almeno. Uno incoerente può essere anche ipocrita, una volta. Lo è, anzi. Allora può farlo anche a comando.
C’è una regola non scritta e però rispettata: il giorno della gloria non ci sono seccature. Sorridi di fronte alla telecamera. L’ha fatto Crespo, il più maltrattato della stagione interista. L’ha fatto Materazzi scomparso ormai dal campo, ma presente alla beatificazione collettiva. L’ha fatto Balotelli, insultato in giro per l’Italia per la sua pelle che non corrisponde all’accento bresciano che si porta appresso e però capace di esultare più del solito anche senza averne motivo. Ha segnato, Ibra. Solo segnato. Ed è stato insultato per questo da un compagno. Il paradosso di Zlatan di domenica sera è che ha ribaltato l’opinione collettiva che c’era su di lui e Mario. Perché lui era quello buono o quasi, mentre Balotelli era quello cattivo. Il doppio passo li ha invertiti. Adesso Ibra è lo scomodo, irriverente, irritante egocentrico calciatore da copertina, quello che si sente il più forte sapendo di esserlo e siccome è più forte può schiaffeggiare anche la sorte, lo scudetto e la felicità dei tifosi. Inter-Siena era uno show. Il teatro del pallone: senza grinta, senza risultati, senza doveri. Tranne uno: mostrare un sorriso da consegnare alla storia, rilasciare una dichiarazione scontata ma utile. Ibra è stato capace di far rimpiangere le frasi di circostanza: «È una vittoria del gruppo, del mister, della società, del pubblico».
Che ci vuole, Zlatan? D’accordo lui non lo fa, lui non è così. Allora zitto. Zitti si può stare, ogni tanto. Invece ha parlato: «Nel calcio non c’è garanzia. Nel futuro non so dove sarò, non sono certo un uomo che rimane nello stesso club tutta la vita». L’Inter lo sa, gli interisti pure. D’altronde a Milano è arrivato con lo stesso criterio. Solo che lì c’era una retrocessione, ora c’è uno scudetto. Non è la stessa cosa, ma al limite uno lo capisce: Barcellona piace, Barcellona fa vincere in Europa. Può avere ragione anche per la storia contro la Lazio. I fischi a una squadra che sta vincendo lo scudetto sono ingrati, allora l’indice sulla bocca e il gestaccio alla curva. Chissenefrega, se poi lo scudetto arriva. È arrivato e però s’è portato dietro anche la sceneggiata di domenica sera con il finto infortunio, il muso, il siparietto con Mourinho che non vuole toglierlo: «Cambiami». No. «Cambiami». No. «Non mi cambia, questo. Non mi cambia». Doveva per forza lui, perché c’è quell’idiota consuetudine della classifica marcatori e allora Ibra deve fare gol. Mica è l’unico, certo. Però lui è diverso, c’hanno raccontato. Era quello che non deve per forza segnare. Com’è che diceva? «A volte l’assist fa godere più di un gol». Le bugie funzionano quando va tutto bene. Poi si sbriciolano come un wafer caduto per terra. Ibra ha illuminato il calcio dell’Inter e finisce col buio. «Resta al 90 per cento», dice la società. Sì, ma come? Con una clausola che prevede solo gol suoi? Il calcio è un’altra cosa. Zlatan lo sa, perché l’ha detto lui.