Non si uccide più in nome della legge

Saddam è morto, la polemica è più viva che mai. Ogni commento all’esecuzione del raìs dev’essere preceduto da un avvertimento: esistendo la pena capitale, nessuno la meritava, per i suoi misfatti, più di Saddam Hussein. Ma questo elimina un pericoloso equivoco - secondo il quale avere dubbi significa simpatizzare per il despota defunto - non elimina i dubbi. L’Europa, e la sensibilità europea, hanno detto addio al boia che pure fu loro fedele compagno nel corso dei millenni. Non rinneghiamo - alcuni anzi ne sono entusiasti - l’idea dei verdetti sommari e sanguinari di piazza e di popolo, vedi la fine di Mussolini e di Ceausescu, ma un procedimento tipo Norimberga, che ammanta di formalità legali la sostanza d’una giustizia dei vincitori, ci pare, e in effetti è, piuttosto ipocrita. Semmai propendiamo per veri ed equanimi tribunali internazionali, come quello dell’Aja, semiparalizzati tuttavia da complessità procedurali e diplomatiche.
Lo Stato che uccide nel nome della legge è diventato estraneo al nostro costume. Si aggiunga un elemento emotivo, bene individuato da Fiamma Nirenstein; la giustizia sommaria folgora - anche con rituali barbari - un tiranno: colui che si difende in un processo a senso unico, e che viene poi impiccato a notevole distanza di tempo dalle sue efferatezze, è un uomo. Non so voi che leggete. Io sono stato molto impressionato dalla dignità e dal coraggio di Saddam Hussein mentre gli veniva calata sul collo la corda fatale.
Processo politico ed esecuzione politica, scrive Alberto Pasolini Zanelli. Sono, come sempre, d’accordo con lui. C’è chi si spinge un passo oltre e definisce l’esecuzione inevitabile, quale premessa al tentativo di chiudere la guerra civile tra sunniti e sciiti irakeni. La pietra che coprirà la tomba di Saddam potrebbe anche porre termine, in questa ottica, alle stragi che insanguinano l’Irak. Lo prendo come un auspicio. Abbiamo visto che tutto è possibile, anche l’impossibile. Ma il mondo arabo - e islamico in generale - ha ora un martire da adorare, e per il quale immolarsi. Il laico Saddam, che tra tante nequizie prese anche qualche misura progressista (ad esempio l’emancipazione femminile) viene adesso regalato, quale simbolo, ai fondamentalisti dell’Islam radicale.
I giudici irakeni, degni d’ogni considerazione ma di sicuro non imparziali, hanno mandato al patibolo Saddam solo per un episodio, tutto sommato minore, della sua lunga carriera di macellaio. Si sono accontentati d’una strage del 1982. Aveva allora sterminato 148 sciiti nel villaggio di Dujail. Ce n’era abbastanza, come negarlo, per la massima pena. Ma il processo è stato privato della sua parte storicamente più importante. In fin dei conti il Saddam che venticinque anni or sono dava così brillante prova delle sue capacità omicide era impegnato, contestualmente, nel conflitto con l’Iran (concluso nel 1988 dopo una carneficina immane senza variazioni di frontiera). E in quel conflitto aveva avuto l’appoggio dell’Occidente in generale, preoccupato per l’espansionismo religioso dell’Iran, e degli Stati Uniti in particolare. Sarebbe stato molto interessante - per alcuni eminenti personaggi anche imbarazzante - avere da Saddam un racconto di prima mano sulla evoluzione dei suoi rapporti con l’Occidente.
Si è preferito invece troncare subito, con la sentenza e con la messa a morte del deposto rais, l’esplorazione dibattimentale nelle vicende della più scottante area del pianeta. Saddam non c’è più, e non potrà più infastidire. Rimane il suo fantasma, ancora incombente, ingombrante, e in prospettiva minaccioso. Il presidente Bush ha visto nella condanna e nell’esecuzione il compimento d’un itinerario legale degno di rispetto o addirittura d’ammirazione. I governanti europei sono stati molto più cauti. Vedremo nei prossimi giorni i primi effetti della scomparsa di Saddam. Un intensificarsi della guerriglia, come molti temono, o un suo anemizzarsi? In effetti, si osserva, la fine (naturale) di Arafat ha funzionato più da calmante che da eccitante nella vertenza palestinese.
Questo è il côté ottimista del pronostico. V’è anche un côté pessimista che può prendere spunto da un altro avvenimento attuale, la conquista di Mogadiscio ad opera delle forze regolari somale e delle truppe etiopiche dopo la fuga delle cosiddette corti islamiche. Da quindici anni, ossia da quando perse il potere il tiranno Siad Barre, la Somalia è in preda al caos. La missione «restore hope» del 1992-1995, cui parteciparono sotto guida statunitense anche gli italiani, fu un disastro. Barre era un dittatore della peggiore specie, ma dopo di lui le cose non migliorarono, anzi. Questa è la scommessa che Washington ha perso in Somalia e che deve ora assolutamente vincere in Irak. Cacciare un dittatore non basta. Bisogna anche fare in modo che gli eventi successivi non inducano a rimpiangerlo.