Non siate ipocriti: chiamatela eutanasia

Invasivo. È la parola che ci tormenta. Nutrire Eluana Englaro, che per vivere non ha bisogno di macchine e di spine attaccate ma solo di un sondino, simile a quello che misero a mio figlio quando fu operato di appendicite, sarebbe un atto invasivo. Naturalmente, come è già stato osservato, togliere quel sondino e far morire Eluana di una morte lenta e terribile, la stessa di Terry Schiavo, non è un atto invasivo.
Giuliano Ferrara ha invitato a manifestare contro la sentenza milanese che dà al padre e tutore di Eluana la facoltà di ucciderla (mi perdoni il padre, ma non trovo sinonimi altrettanto precisi), e io mi sento a mia volta di invitare chi ci legge a aderire a quella giusta iniziativa: portiamo anche noi bottiglie d’acqua sul sagrato del Duomo di Milano. Nella speranza che i nostri occhi comincino a spalancarsi sull’orrore che avanza, così da poter cominciare, poi, a immaginare scenari diversi, più umani.
Ci hanno abituato a tutto, a tutte le infamie, a tutti i soprusi. Cosa è invasivo? Invasivo di cosa? A quale sapere, a quale dominio della conoscenza appartiene quella parola? A quale scienza? A quale giurisprudenza? Se non riusciamo a definire con precisione questo punto, allora sì, tutte le invasioni diventano legittime, e la parola «giustizia» perde il proprio significato. Quello che è certo - una delle poche cose certe - è che il caso di Eluana è un caso di eutanasia. Qui non esiste alcun accanimento terapeutico. Perciò non bisogna usare altre parole: la parola è «eutanasia».
L’aveva detto lei, d’accordo. Era una ragazzina, diceva quello che dicono tutti - perché tutti dicono le stesse cose. Mi ci metto anch’io. Anch’io, se dovessi cadere in coma irreversibile, voglio essere lasciato morire. Parole. Ma, anche con le parole, per fare un deliberato atto di volontà ce ne vuole. Poi vengono i fatti, qualcuno finisce davvero in coma, ma chi li conosce quei fatti?
Eluana non è morta, è viva. Ma è stata dichiarata morta in nome non della realtà - di cui siamo tutti profondamente ignoranti, medici compresi - ma di una convinzione filosofica, o di un sentimento. Di fronte a Eluana, tutti pensiamo di sapere cosa vuol dire veramente vivere - noi, che siamo infelici e nevrotici e dipendenti da questo e da quello perché non sappiamo stare al mondo. Ma sull'invasività non si discute. «Invasivo» è ciò che «sentiamo» come tale.
Io credo che in questo particolare risieda l’orrore della vicenda. Eluana, se morirà, morirà in nome di un sentimento generalizzato trasformatosi in una sentenza capitale. Non in nome della pietà e dell’amore, ma di un certo modo di sentire la pietà e l’amore, senza alcuna necessità di cercare in queste parole così importanti la radice di un’oggettività.
C’è qualcosa di orribilmente adolescenziale, di non cresciuto, di non adulto in tutto questo, che offende la nostra umanità. Mio nonno e mio papà mi hanno insegnato che la realtà è qualcosa di immenso e meraviglioso, e che al suo cospetto le nostre fantasie e i nostri pensieri sono miserie. Oggi ci insegnano che la realtà è una prigione da cui bisogna evadere in mondi fantastici o virtuali o, se non è possibile, evadere e basta. Andarsene. Morire.
Questa filosofia, se così si può chiamare, sta diventando la filosofia del mondo. È stupida ma in compenso è comoda, perché ci permette di chiamare col nome di «giustizia», «pietà», «amore» tutto quello che ci pare. In altre parole: tutela il forte contro il debole. Io credo che sia possibile invertire questa tendenza. Le tendenze si invertono. Ma bisogna farsi sentire. Questi sono argomenti da piazza, non da talk show.
Luca Doninelli