«Non siate muti dinanzi alla parola di Dio»

Chiudendo la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Benedetto XVI ha invitato i fedeli a ritrovare il coraggio della testimonianza

da Roma

«Noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di testimoniare?». Sono le impegnative domande che Benedetto XVI ha fatto echeggiare ieri sera nella basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, chiudendo la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani affiancato dai rappresentanti delle chiese ortodosse e delle comunità evangeliche. A tutti i cristiani, Papa Ratzinger chiede dunque di essere più loquaci nel testimoniare «la parola di Dio», l’essenziale della fede, l’incontro con Gesù che è la parola di Dio fatta carne.
Il tema della settimana di preghiera, suggerito dalle comunità del Sud Africa, è concentrato nelle parole con cui coloro che l’avevano incontrato, descrivevano Gesù: «Fa udire i sordi e fa parlare i muti». «Le situazioni di razzismo, di povertà, di conflitto, di sfruttamento, di malattia, di sofferenza», nelle quali queste comunità si trovano – ha detto il Papa – «per la stessa impossibilità di farsi comprendere nei propri bisogni, suscitano in loro un acuta esigenza di ascoltare la parola di Dio e di parlare con coraggio». Ratzinger spiega come le parole «Fa udire i sordi e fa parlare i muti» costituiscano «una buona notizia, che annuncia la venuta del regno di Dio e la guarigione dalla incomunicabilità e dalla divisione». Questo messaggio si ritrova in tutta la predicazione e l’opera di Gesù, «il quale attraversava villaggi, città e campagne, e dovunque giungeva “ponevano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano”». Anche dopo aver abbandonato la Galilea, attraversando la cosiddetta Decapoli, «territorio multietnico e plurireligioso», Gesù continua a fare miracoli. Il Papa nota come proprio questo contesto sia «una situazione emblematica anche per i nostri giorni». Come altrove, pure nella Decapoli presentano a Gesù un malato, un uomo sordo e difettoso nel parlare e lo pregano di imporgli le mani. Lui lo guarisce, raccomandando di non dire nulla del miracolo, ma invano più lo raccomandava, «più essi ne parlavano».
Da questo racconto evangelico, Benedetto XVI trae due insegnamenti. Il primo è che nella prospettiva cristiana, «l’ascolto della parole di Dio è prioritario» e lo è anche per quanto riguarda il cammino ecumenico verso la piena unità dei cristiani: «Non siamo infatti noi a fare o ad organizzare l’unità della Chiesa. La Chiesa non fa se stessa e non vive di se stessa, ma della parola che viene dalla bocca di Dio. Ascoltare insieme la parola di Dio; praticare la lectio divina della Bibbia, cioè la lettura legata alla preghiera; lasciarsi sorprendere dalla novità, che mai invecchia e mai si esaurisce, della parola di Dio; superare la nostra sordità per quelle parole che non si accordano con i nostri pregiudizi e le nostre opinioni».
Ma «chi si pone all’ascolto della parola di Dio – continua il Papa – può e deve poi parlare e trasmetterla agli altri, a coloro che non l’hanno mai ascoltata, o a chi l’ha dimenticata e sepolta sotto le spine delle preoccupazioni e degli inganni del mondo. Dobbiamo chiederci: noi cristiani, non siamo diventati forse troppo muti? Non ci manca forse il coraggio di parlare e di testimoniare come hanno fatto coloro che erano i testimoni della guarigione del sordomuto nella Decapoli?». «Il nostro mondo», aggiunge Benedetto XVI, riferendosi al contesto multietnico e multireligioso delle società contemporanee, «ha bisogno di questa testimonianza; attende soprattutto la testimonianza comune dei cristiani».
«L’unità – osserva ancora Ratzinger – non si può certamente imporre; essa va condivisa e fondata su una comune partecipazione all’unica fede. Ascoltare e parlare, comprendere gli altri e comunicare la propria fede, sono dimensioni pertanto essenziali della prassi ecumenica», come pure rappresentano la prospettiva stessa della Chiesa cattolica.