Ma non toglieteci il gusto della luce

Finalmente ho anch'io una buona ragione per sfilare sotto l'ambasciata americana. I cinici yankee stanno puntando l'ora legale, nel senso che ce l'hanno nel mirino. A scatenare i pruriti abolizionisti è questo nuovo studio della solita università californiana, prontamente ripreso dall'autorevole Wall Street Journal (basta che li stampino dopo Chiasso, per noi sono tutti autorevoli). Anche stavolta ci schiaffano sul tavolo dati economici di una tale evidenza, che tentare di discuterne suona vagamente patetico. Il risparmio energetico? Una volta, magari: adesso porta a un aumento dei costi di 8,6 milioni di dollari, più una cifra compresa tra 1,6 e 5,3 milioni per la maggior emissione di gas serra (amabili, gli amici americani: a Kyoto i gas serra non li preoccupavano, con l'ora legale ne sono preoccupatissimi).
Se lo dice un'università californiana, se lo riprende il Wall Street Journal, che cosa replicare? Bisogna solo alzare le mani e arrendersi. Va bene, l'ora legale non è più risparmiosa. Anch'essa diventa un lusso, entrando a pieno titolo nel genere voluttuario. Come tutti i piaceri della vita, apprendiamo, costa qualcosa. Ma è a questo punto che scatta la reazione d'orgoglio. Considerando quello che ormai ci costano il caffè, la pizza, il buon vino e persino il gelato (una volta, con calma, bisognerà per forza parlare seriamente di quanto costa una pallina di gelato), considerando con freddezza tutti i tariffari, in piena sincerità mi sento di poter dire questo: per quanto ci costi, l'ora legale resta comunque un piacere impagabile. Non ho dietro gli studi di un'università californiana, ma sono certo che costi comunque meno di un happy hour nel bar del centro.
Al diavolo i conti del ragioniere. Al diavolo la logica stringente della partita doppia. Guardiamo avanti, piuttosto. Tre settimane ancora, poi scatta il rito. Quel giorno, ultimo sabato di marzo, davvero comincia la primavera: il 21 ormai comincia soltanto sui libri delle elementari. Sappiamo già come funziona: in questo periodo, colti dalle prime turbolenze ormonali o dalle prime indolenze stagionali, cominciamo a fare mente locale. Maria, ma quand'è che scatta l'ora legale? Le Marie d'Italia rispondono sempre allo stesso modo, come rispondono dal 1966: mi pare a fine mese, no? Noi, come sempre dal 1966, chiediamo subito la seconda cosa: ma si dorme un'ora in più o un'ora in meno? Le Marie d'Italia, pazienti come Maria di Nazareth, ancora una volta rispondono come rispondono dal 1966: un'ora in meno, si dorme un'ora in più a fine ottobre, quando la tolgono…
Allo scoccare del fatidico sabato, i giornali puntualmente pubblicano il disegno con la freccia che sposta avanti la lancetta. Non tutti: ce n'è sempre uno che se lo scorda. Quello, il giorno dopo, va al recupero ponendo ai lettori la pietosa domanda: «Vi siete ricordati di portare avanti le lancette?».
Poi, all'alba della domenica, l'alba più radiosa dell'anno, finalmente si cambia vita. Puntualissimi, i beccamorti dei centri di ricerca (anche noi abbiamo università che rompono l'anima) ci avvertono di quanto il fisico ne risenta, per parecchi giorni. Io mi chiedo sempre come possa lo slittamento di un'ora determinare il delirio del mio metabolismo, considerando quello che respiriamo e quello che mangiamo per tutto l'anno, ma le mie domande sono insulse e non contano. In ogni caso, nonostante le devastazioni sui nostri bioritmi, solitamente ce la facciamo: sopportiamo il cataclisma e lentamente riprendiamo ad esistere. Dal mio punto di vista, meglio. Molto meglio. Lungo tutto l'inverno, lungo tutto questo stramaledetto, cupo, tetro, lugubre, tenebroso inverno, sogno le serate con l'ora legale. Aprile ancora un po' così: diciamo di assestamento. Ma maggio. Ma giugno. Questa luce che non si spegne mai, questo creato che trionfalmente vince la penombra.
È allora, durante le prime uscite, anche solo in canottiera sul terrazzo dei nostri palazzi, che davvero l'ora legale dispiega tutta sua pubblica utilità. Che non deriva dalla gelida logica del dare e dell'avere - non solo, non più -, ma dal nostro stesso umore. Dai nostri stessi sentimenti. In quelle sere, davvero pare che Nostro Signore voglia generosamente regalarci un'ora in più di vita. Persino Maria, in quelle sere allungate e interminabili, sembra rifiorire come all'epoca dei vent'anni, quando ci portava in bicicletta a prendere il gelato (che allora non costava come il barile di petrolio: un giorno bisognerà parlarne), subito dopo le funzioni del mese di maggio…
Chiedo: esiste un'università californiana che riesca a calcolare anche tutto questo, oltre alle ripercussioni sui gas serra? Fosse pure texana. O indiana. E se non ci arrivano loro, possiamo una volta arrivarci noi, da soli, senza leggere il Wall Street Journal? Il mio terrore è che invece cominceremo subito a parlare di abolizione. Come sempre, quando rimbalza una voce dagli States. In questo momento di ansia, mi sostiene un'unica consolazione: per qualunque cosa, di solito arriviamo vent'anni dopo l'America. Mi restano vent'anni di luce.