«È la nostra inerzia che alimenta lo scontro di civiltà»

La «lezione» di Madrid: chi nega il conflitto si indebolisce e diventa vittima

Mario Sechi

da Roma

Le macerie fumanti sono davanti agli occhi di tutti, la foto di una donna con il volto coperto da una «maschera» di garza bianca, impaurita mummia vivente, è davanti agli occhi di Marcello Pera. Il presidente del Senato ama la Gran Bretagna, quella cultura anglosassone di cui il suo pensiero si è nutrito negli anni dell'università, cultura che è il suo punto di riferimento nell'azione politica.
Macerie fumanti, sotto gli occhi di tutti. Occhi che fino al 7 luglio 2005 non volevano vedere. Intellettuali in virata e politici in retromarcia oggi parlano e scrivono di «guerra all'Occidente». Ma ieri dov'erano? Qualche giorno fa, a Madrid, in compagnia dell’ex premier spagnolo José Maria Aznar, Pera aveva esortato l'Europa ad aprire gli occhi. Parlando ai giovani della Fondazione Faes, Pera ha tenuto una lectio magistralis oggi profetica: «Per i terroristi, la nostra colpa è la nostra identità. Come abbiamo reagito? Di fronte al fondamentalismo e al terrorismo islamico, si è sparso per l'Occidente un senso di rassegnazione, di rimozione e anche di resa». Rassegnazione, rimozione e resa che negano l’identità dell’Occidente. «Chi nega questa realtà rischia la fine dell'apprendista stregone: prima si indebolisce poi diventa vittima», diceva Pera concludendo il suo discorso di Madrid.
Presidente Pera, perché la strage di Londra?
«Lo dice il comunicato, che le autorità inglesi considerano meritevole di attenzione: perché siamo “sionisti e crociati”. Cioè, siamo colpevoli di essere occidentali, democratici, liberali, ebrei e cristiani. Siamo colpevoli di essere qualcosa, non di aver fatto qualcosa. Siamo colpevoli di credere nei princìpi e nei valori della libertà, dell'uguaglianza, della tolleranza, delle opportunità, che sono i cardini della nostra civiltà e che ne fanno un polo di attrazione per tanta gente. Non è la prima volta che lo dicono e non è la prima volta che ci condannano a morte. Tutti temiamo che non sia neppure l'ultima».
Solo ora si invocano misure da parte dell'Europa. Non le sembra un po' tardi?
«Si è perso del tempo. Ma se la consapevolezza del rischio si diffonde, allora l'Europa può reagire e recuperare il ritardo. Importante è la coscienza precisa di che tipo di attacco ci viene portato. Il terrorismo non è la guerra, ma lo strumento. La guerra è la dichiarazione di morte della nostra cultura da parte dei fondamentalisti islamici, è la raffigurazione dell'Occidente come il “Grande Satana”».
E solo ora si comincia a parlare di guerra all'Occidente.
«Di guerra all'Occidente hanno parlato per primi i terroristi. Solo che l'Occidente, almeno gran parte dell'Occidente europeo, per lungo tempo, anche dopo New York, anche dopo Madrid, non ha voluto crederci, ha distolto lo sguardo, e ha dato l'impressione di impotenza. Talvolta è sembrato che l'Occidente pensasse che è tutta colpa dell'America e di Israele o, più precisamente, del presidente Bush e del premier Sharon. Salvo a doversi ricredere, come nel caso di Sharon che fa un governo di unità, cerca un accordo di pace, e ritira i coloni da Gaza».
Siamo vittime della cultura della resa?
«Siamo vittime di una malintesa cultura della tolleranza. Soprattutto i cosiddetti “postmoderni” pensano che tollerare significhi aprire la porta a tutti, ammettere tutti, dare pari dignità morale a tutti. Oppure che dobbiamo sempre e comunque dialogare con tutti. Ma così intesi, il dialogo e la tolleranza indeboliscono o annullano la nostra identità. Si dimentica che non possiamo dialogare con nessuno se non sappiamo chi siamo e che cosa vogliamo. Il dialogo avviene fra un “io” che sostiene una tesi e un “tu” che ne sostiene un'altra. Ma se, fin dall'inizio, io sostengo che quello che dici tu vale quanto quello che dico io e la tua tesi è buona quanto la mia, perché non c'è verità né metro comune di confronto e giudizio fra le nostre tesi, allora il dialogo scompare e cede il posto alla resa. I postmoderni ci portano proprio a questa conclusione. Solo che poi devono affidarsi al buon Dio affinché gli eviti gli scontri e gli conservi la pace».
Ci sarà comunque chi, in nome dell'antiamericanismo, dirà che è colpa dell'Occidente?
«Molti lo dicevano prima e credo che continueranno a dirlo anche dopo. Per imparare dall'esperienza ci vuole apertura, umiltà e capacità di autocorreggersi. Mi pare di capire che qualcosa si muove».
E ci sarà chi invoca una ritirata alla Zapatero...
«Il primo ministro Zapatero ha fatto promesse elettorali, è stato eletto, e ha mantenuto le promesse. E governa con il consenso della maggioranza dei suoi concittadini. Niente da dire su ciò. Posso solo osservare che la strategia della ritirata non ci ha salvato dalle bombe di Londra».
Prima siamo tutti americani, poi siamo tutti madrileni e infine siamo tutti londinesi, ma nel momento delle decisioni, niente si fa, tutto si distrugge. Perché?
«Perché è più facile versare lacrime, inviare telegrammi di cordoglio, manifestare solidarietà, che mettersi assieme e prendere misure. E perché ancora oggi è più facile dirci newyorkesi, madrileni, londinesi, che occidentali, “ebrei e cristiani”».
Ma non siamo solo ebrei e cristiani.
«Lo so bene, siamo una mescolanza, ma quando si va alle radici, se non ci si vuol fermare prima, si arriva al Sinai e al Golgota. La nostra civiltà ha fatto un lungo percorso, si è ibridata tante volte, ma discende da lì».
Ma se lei insiste su questo, rischia di teorizzare lo scontro fra civiltà che ieri anche il cardinale Sodano ha messo al bando.
«Cerchiamo di capirci. L'espressione “scontro di civiltà” è stata coniata da Samuel Huntington. Purtroppo, il suo è un libro lungo e difficile, così i pigri hanno preferito leggerne solo il titolo e dipingere Huntington come un fautore dello scontro fra civiltà, mentre invece ne è un esorcizzatore. Nel suo libro c'è un capitolo intero dedicato alle politiche da adottare per evitare lo scontro. Se oggi si dice “basta con lo scontro di civiltà”, vuol dire che implicitamente si ammette che alcuni questo scontro lo vogliono e lo praticano. Inutile insabbiare la testa. Torno all'Occidente. Non deve aver paura di sembrare arrogante e protervo. Non lo è. La sua è una cultura di diritti, come mostrano i milioni di pacifici cittadini islamici che vi abitano nel rispetto delle loro e delle nostre leggi. Ma se l'Occidente, per non sembrare protervo, non difende questa sua cultura di diritti, allora è l'Occidente stesso che, di fronte al fanatismo, alimenta, con l'inerzia, lo scontro fra civiltà. Quello scontro noi non lo vogliamo, anche se in passato abbiamo commesso tanti errori. Ma se qualcuno lo scontro lo attua contro di noi, non possiamo che difenderci».
Blair ha detto che non si farà piegare dal terrorismo. Sapeva di essere nel mirino, aveva chiesto misure straordinarie contro il terrorismo. Qual è la cifra del leader britannico?
«Lo considero un grande leader, lucido, tenace e coraggioso. Il suo discorso al Parlamento europeo contiene esattamente ciò che l'Europa dovrebbe fare».
Al Qaida ha rapito e ucciso l'ambasciatore egiziano in Irak. Una sfida al presidente Mubarak e ai Paesi arabi moderati. Come si possono aiutare questi Paesi a uscire dal giogo del fondamentalismo?
«I Paesi arabi sono i nostri più preziosi alleati. Anch'essi pagano un tributo di sangue e sono vittime dell'islamismo radicale. L'Egitto svolge un'azione di moderazione e merita il nostro aiuto. Con questi paesi l'Europa deve stringere rapporti stretti, perché sono una frontiera e una diga sottoposta alla pressione islamista. Se la diga cede, quella pressione tracima. Ma i Paesi arabi devono giocare la loro parte. Hanno bisogno di riforme, di espansione non solo economica ma anche di diritti. Senza questa espansione democratica, la sola forza repressiva non basta. Capisco che il compito sia difficile e che occorre gradualità. Ma deve comunque essere assolto, perché la democrazia e la libertà sono la miglior difesa contro il fanatismo. Il “Grande Medio Oriente” lanciato dal presidente Bush avrà successo se i Paesi arabi ne saranno protagonisti. È un'iniziativa che essi non devono subire, bensì gestire in prima persona».