Le notizie al tempo del Duce L’informazione sotto dettatura

Un saggio dedicato alla comicità involontaria di censure e «consigli» in epoca fascista. Le fotografie del «capo» bocciate, slogan pubblicitari equivoci e pericolose assonanze

Le dittature, pur tragiche, hanno nel Dna una forte impronta comica. Che si esplica nei meccanismi della censura. Nessuna invenzione a proposito della manipolazione delle notizie: la censura ha radici antiche, che affondano nel mondo greco e latino della classicità. Ma nel Novecento, con fascismo, nazismo e comunismo, la pratica delle veline dilaga.
Il governo di Mussolini cominciò presto a voler controllare la cultura. Era il giugno 1923, il regime non aveva ancora elaborato un sistema normativo ad hoc, tuttavia Emilio De Bono, uno dei quadrumviri, ordinò ai cinque teatri di Palermo di mettere al bando la commedia Mafia di Giovanni Alfredo Cesareo, che pur era filo-fascista. La pièce aveva il torto di dar fiato alla tesi secondo cui era il popolo assetato di giustizia a volere la mafia. Addirittura compariva un prefetto che si vede costretto a regolare questioni personali in base a canoni mafiosi (efficientissimi, peraltro). Tutto questo ce lo racconta Giuseppe Passarello, docente di storia a Palermo, già amico e collaboratore di Leonardo Sciascia, in Veline&Veleni (Palumbo, pagg. 357, euro 15). È una gustosa e documentata carrellata storica cui Passarello farà seguire un altro libro, sul comunismo: altro spunto di tragiche ilarità.
Dittatura e comicità. Involontaria, ovviamente. Mussolini, col suo famoso «vinceremo!», faceva una distinzione fra popoli giovani e popoli vecchi, fra nazioni prolifiche e nazioni avviate alla sterilità. In epoca di Sanzioni, venne spontaneo parlare male della Francia. Con colpi, è il caso di dire, bassi. La sifilide fu chiamata «il mal francese» e questo capitò perché qualcuno aveva letto (male) un’opera cinquecentesca di Girolamo Fracastoro, Syphilis sive de morbo gallico (La sifilide ovvero il morbo gallico) per convincere gli sprovveduti, che sono sempre la maggioranza, che il morbo era d’oltralpe e quindi i francesi erano avviati all’estinzione. Che errore. L’espressione «mal francese» deriva dalla credenza che la malattia fosse stata portata a Napoli dalle truppe francesi di Carlo VIII cinque secoli fa. La cosa buffa è che i francesi erano convinti del contrario, ossia che la lue l’avessero contratta loro a Napoli; per questo chiamarono la sifilide «mal napoletano». Certamente nessuno dei due schieramenti sapeva che il deturpante disturbo venereo era quasi certamente venuto dall’America, da poco scoperta.
Ai giornali, ogni mattina, arrivavano le veline, vere e proprie disposizioni su cosa dire, con più o meno enfasi, e cosa occultare. Il Duce, in visita in Sicilia nel 1938, ballò con diverse donne, e pare che si divertì pure (lo testimoniano le foto). Ma l’ordine fu perentorio: «Rivedere le corrispondenze dalla Sicilia, perché non si deve pubblicare che il Duce ha ballato». La stessa cosa valse per la visita a Belluno. Il Capo (altra parola proibita, sapeva troppo di banda, di gang) in mezzo al grano: i giornalisti furono invitati a sottolineare come il Duce «non fosse affatto stanco dopo quattro ore di trebbiatura».
Quando Mussolini compì 56 anni, i quotidiani furono avvertiti: «Come è noto il Duce non gradisce in alcun modo che la stampa si occupi del suo compleanno; non farne quindi alcun cenno, nemmeno dalle corrispondenze dall’estero». Si ricorderà la frase «il Duce ha sempre ragione». Ebbene, ci fu un piccolo imprenditore bolognese che pensò di sfruttarla a fini pubblicitari. Questo lo slogan: «I nostri prodotti hanno sempre ragione». Nel 1939 partì da Roma una velina, e poi un’altra l’anno successivo, segno che l’emiliano del divieto se n’era fregato.
Le donne dovevano essere fascistissime. Già, ma come? Innanzitutto «disegni e fotografie debbono rappresentare donne floride». Al bando il «vitino da vespa». Viva i fianchi larghi, contenitori di figli, anzi di combattenti per la patria. Guai, poi, fare campagne contro le donne senza calze. Che, a quei tempi, rappresentavano un assillo perché costose. Molti erano i rammendi, visibili e non. Vitaliano Brancati in uno dei suoi scritti ricordò che il professore di religione, all’istituto magistrale dove lui insegnava, denunciò alcune alunne perché si sfilavano le calze, per non usarle troppo, appena arrivate in classe. Brancati non si era mai accorto della cosa e davanti allo stupore e forse all’incredulità del prete, obiettò: «Basta non guardare sotto i banchi».
C’erano poi personaggi assai noti che dovevano essere ignorati, come «l’ebreo Chaplin». Greta Garbo era antibolscevica, ma anche «anti totalitaria», quindi prudenza, molta prudenza. Nessuna notizia o foto per Bette Davis, Mirna Loy e Fred Astaire. La Metro-Goldwyn-Mayer non era citabile. Vita difficile per le parole straniere, anche quelle delle sigarette per le quali si operò un’accurata traduzione. Le Sport divennero Stadio, le Egiziane furono offerte come Sovrane, le Kentuchy vennero ribattezzate Tigrina.
Quando comparve, nel 1929, il primo romanzo di Alberto Moravia, Gli indifferenti, i critici obbedienti al regime si scatenarono. E insistettero a citare sempre il vero cognome del narratore, Pincherle, di origine ebraica (suo padre era ebreo, la madre no). Alcuni attacchi furono violentissimi, come quello di Fernando Agnoletti che scrisse: «L’ultima immondizia di cui mi accorgo sul mio pianerottolo è Gli indifferenti di Pincherle Moravia, ignobile romanzaccio tutto giudeo, la cui indecenza interiore trasuda fino sulla copertina postribolare». Moravia aveva la “colpa” di essere cugino dei fratelli Rosselli. E fu definito «disfattista» e «anti-italiano».
Quanto a comicità, Giuseppe Passarello cita nel suo libro un episodio forse insuperabile. Ottobre 1941, Mussolini si reca in visita in Emilia Romagna. Un bagno di folla, con gente che si spintona a destra e a manca per avvicinarsi al Duce o soltanto ammirarlo da lontano. Questa la disposizione del governo a tutti i giornalisti: «Nella cronaca Stefani (l’Ansa di quei tempi, ndr) delle visite del Duce a Bologna, Forlì ecc., togliere la frase “con ripetute rotture di cordoni” e l’altra “la folla è tanta che in certi punti il servizio d’ordine è fatto unicamente da fragili cordoni dei balilla festanti”». Si temeva un’irriverente assonanza, facilitata pure da una rima galeotta. No, non erano tempi in cui si poteva scherzare.