Notte da Fenomeno con i trans

(...) facili e maneggione. Maradona dei diavoli del mondo. La lista è lunga. Parliamo di gente famosa. Potremmo dire di ragazzi che hanno una storia, ma non un cognome.
Per luogo comune lo chiameremo male di vivere, ma per qualcuno di loro è il vivere facile tramutato in vivere difficile. Cadono i campioni che hanno saputo crearsi un piedistallo, senza aver scoperto il cemento per renderlo saldo. Cadono perché il corpo talvolta si marcisce, l’anima si intristisce e allora non bastano più nemmeno il danaro, le donne, un passato che resta lì, nei libri, nei ricordi, nei filmati, nell’anima. Sono ragazzi famosi, importanti, amati, ma spesso dimenticano di vivere, loro più degli altri, nel Grande Fratello della vita. Spiati notte e giorno. E dimenticano che ogni stupidaggine diventa una pugnalata al mito. «Diego, perché l’hai fatto? Eri l’idolo di mio figlio» chiese a Maradona il poliziotto che lo caricò in auto, fatto di coca.
Il campione dello sport solitamente divide il mondo in due emisferi: chi arriva da una solida educazione familiare ed ha imparato tutti i valori che conducono a sopravvivere, a vincere, ma non a perdersi. Al massimo può capitare di perdere. E c’è chi scappa dai ghetti, dalle favelas, dalle zone d’ombra dove vincono i coltelli e le pistole puntate. Quest’ultimi hanno imparato tanto, non abbastanza per guardarsi le spalle.
Ronaldo pescato con i viados non fa differenza con qualunque figlio di nobile famiglia. Ma dimostra che certi peccati originali non si cancellano mai. L’identikit di un campione dello sport completa il quadro trovando solide risposte nelle domande sulla vita: da dove arrivi, cos’eri, quanto hai guadagnato, quali compagnie frequenti, fino a qual punto conta lo stravizio?
Il danaro una volta era la ciliegina sulla gloria sportiva. Oggi distrugge. Una volta ne correva di meno, oggi fa girar la testa a ragazzi di vent’anni. Una volta bastava una donna a mandarti fuori rotta, oggi droga e affari, femmine e auto, stravaganze e alcol. Non esiste vizio o stravizio che non attiri. Non è un caso, e non è razzismo, sottolineare che il nero, così forte sul campo, diventa molto più debole del bianco nel fuori campo. Certo poi ci sono Gascoigne e Best, Monzon e Pantani a smentire la tesi. Ma il rapporto bianco-nero è figlio di una storia sociale, prima ancora che di un colore di pelle.
Per tutti una filosofia: il campione si sente macchina da soldi, ma non sa resistere alla possibilità di sperperarli, triturarli nel fasullo, nell’ebbrezza del poter spendere. Oggi il campione esemplifica un’idea, non un esempio di vita. Sponsor e spot affascinano, l’allenatore molto meno. Non tutti ci cascano. C’è chi soffre per arrivare a vincere. C’è chi vince per arrivare a soffrire.
Riccardo Signori