Le nozze sono false, la torta è vera

Gian Maria Bavestrello

«Non ha alcun fondamento storico. Opizzo Fieschi sposò, attorno al 1222, la genovese Simona Bulgaro. Bianca dei Bianchi non è mai esistita e l'unico rapporto che legò Opizzo a Siena fu il comando, assunto nel 1230, di un contingente di balestrieri in una guerra contro Firenze; comando mantenuto per due, tre mesi. Ciò non toglie nulla al buon diritto della “Torta” ad essere una parte imprescindibile dell'immaginario collettivo recente del Tigullio». Con Daniele Calcagno, storico medievalista e direttore scientifico dell'istituto di studi sui Conti di Lavagna - un tecnico, come ama definirsi, di cultura fliscana - ci incontriamo un pomeriggio di agosto per parlare di loro. Dei Conti di Lavagna. Dei Fieschi. Di nomi e storie che il paesaggio di Levante porta incise, che hanno marcato l'essenza dei luoghi con «cose del tipo del Ponte», quello di Cicagna o quello della Maddalena a Lavagna, cose che - a ispirarsi all'Heidegger di Costruire abitare pensare - conducono «su e giù gli itinerari esitanti o affrettati degli uomini, permettendo loro di giungere sempre ad altre rive e, da ultimo di passare, come mortali, dall'altra parte».
Comites di Lavagna, rappresentanti in loco dell'autorità pubblica e poi, dopo l'espansione rivierasca di Genova, «patroni» di ampie proprietà: …Intra Siestri e Chiaveri s'adima/ una fiumana bella, e del suo nome/ lo titol del mio sangue fa sua cima. Il «sangue» - ospite del purgatorio dantesco - è quello di Adriano V, al secolo Ottobuono Fieschi, il secondo papa - il primo fu Innocenzo IV, Sinibaldo Fieschi, che depose l'imperatore Federico II - della casata.
Le contrade da cui questo sangue origina sono un mistero. Certo è che fu, «in senso lato» come Calcagno scrive anche nella Guida agli itinerari fliscani del Tigullio, diverso da quello dei genovesi: «I Fieschi appartennero a quell'élite cosmopolita che gravitava attorno alla Curia Romana, dove il continuo scambio di informazioni e l'incessante contatto di culture e popoli differenti può finalmente far comprendere le loro reali funzioni in ambito locale, soprattutto a Genova e in Liguria».
I Fieschi, nel Tigullio come altrove, produssero territorio. Produssero paesaggio. La loro attitudine alla committenza e all'«intaccamento» della terra trova - com'è noto - il suo più alto motivo nella Basilica di S. Salvatore di Cogorno del XIII secolo, patrocinata da Innocenzo IV e terminata da Adriano V, posta sul crinale della simbolica ricerca d'armonia e della sproporzione della torre nolare; della ricerca della forma e dell'«esibizionismo» della struttura che, fulcro di un'insula fliscana, si può ammirare - luogo di potere, magnificenza, dirette innovazioni gotico-francesi - da qualsiasi punto della vallata circostante. Conviene prendere a prestito altre parole di Heidegger per vivere il senso dell'opera, una di quelle che dispongono e raccolgono in unità vie e rapporti in cui «nascita e morte, infelicità e fortuna, vittoria e sconfitta, sopravvivenza e rovina delineano la forma e il corso dell'essere umano nel suo destino». Siamo dentro L'Origine dell'opera d'Arte. Nel suo testo e nel suo portato.
«Oggi è in voga un furore revisionistico - dice Daniele - che ascrive l'organizzazione del territorio del Tigullio al solo comune di Genova, ma l'assetto agricolo e paesaggistico, almeno a partire dal X secolo, è dovuto ai Fieschi, direttamente o attraverso il controllo di abbazie, monasteri o celle monastiche».
Entro i confini segnati dal «termine del gatto», animale araldico fliscano riprodotto su cippi di delimitazione territoriale, il territorio tigullino è emerso a seguito dell'articolazione di un «componimento» storico e artistico, di materiali espressivi che lo hanno istituito e posto nella dimensione, abusata e complessa, dell'identità.
Nell'universo ornitologico molti uccelli sono artisti, e lo sono in primo luogo per i loro «canti territoriali»: se un ladro «vuol occupare illegittimamente un luogo che non gli appartiene, il vero proprietario canta, canta così bene che l'altro se ne va. Se il ladro canta meglio, il proprietario gli cede il posto». È uno degli spunti di riflessione de I Mille Piani di Gilles Deleuze e Félix Guattari ed è forse la ragione per cui il folklore, sottolinea Calcagno, ha un ruolo autonomo nel «pensiero rammemorante» di «canti» trascorsi ma mai destituiti.
Il folklore fliscano di Cogorno e Lavagna è, consciamente o meno, un raggruppamento ludico delle più significative forze evocatrici disseminate nella contrada da questi uomini della Chiesa. Il loro prestigio è oggi simboleggiato da un dono, una torta, un convivio che si perpetua fra l'uomo e il paesaggio, fra il territorio e la tensione creatrice che lo abita rigidamente e lo avvolge in un respiro europeo, forse cosmico, come ebbe a essere quello dei Conti di Lavagna.