Nuova risorsa ambientale

La caccia del nostro secolo ha una responsabilità sociale da onorare, se vuole stare al passo con i tempi, se vuole fare sistema e non vedere solo nell’intervento una sterile difesa di una occasione legittima, piena ancora di fascino per l’ambiente in cui si svolge, suggestivo di ricordi e di coinvolgimento di uomini di estrazioni diverse ma uguali nella loro passione. Perché tutto ciò non basta più per farla vivere nei tempi attuali essa deve evolvere da passione a risorsa.
È ben vero che il cacciatore può essere animato dalla scelta etica dello sviluppo sostenibile, e cioè consapevole dell’opportunità di un prelievo oculato e rispettoso delle generazioni future che implica scelte filo-ambientali, ma è pur vero che se vuole ottenere risultati concreti, che gli vengano riconosciuti, deve fare sistema. Deve innanzitutto costruire questo «sistema» all’interno delle proprie organizzazioni con chiarezza e schiettezza e, soprattutto, deve sempre di più coinvolgere gli altri attori che vivono sul territorio: il mondo agricolo, il mondo ambientale, quello più consapevole perché sul territorio ci siano tutti e che le barricate degli anni '70 non servono più.
È in questo contesto che dobbiamo avere un associazionismo venatorio con una serie di interessi ad ampio respiro, che comprenda finalmente che si è portatori di grandi interessi, che dobbiamo gestire responsabilmente coinvolgendo il più possibile ogni altro operatore sul territorio e che la caccia è una risorsa di rilevanza inimmaginabile per la tutela ambientale. Si passa dalla passione alla risorsa, finanziando la conservazione ambientale perché la gente che ci circonda comprenda che quanto avviene sul territorio è anche opera dei cacciatori. Ecco, quindi, il grande valore delle sinergie. Dobbiamo tutti comprendere che solo con la convergenza di idee e di azioni si può pervenire a un risultato condiviso dalla collettività. Questo è uno dei molteplici esempi che si possono trarre dalla vita quotidiana di un dirigente venatorio come dovrebbe essere, al di là della mera tessera associativa che fa crescere di una o più unità il suo «parco» soci, senza offrire nulla di concreto se non le sterili lagnanze di ogni giorno. Il cacciatore deve riprendersi la sua reputazione nel sociale; il suo è un marchio potenzialmente «forte» ma non adeguatamente usato. E il «non uso» ci fa perdere in credibilità delle nostre azioni.
Dobbiamo pervenire a una concorrenza la più raffinata con gli altri settori operanti sul territorio sulla elevata qualità del prodotto «ambiente». Ecco, quindi, la breve morale che affidiamo al 2006: far comprendere ai dirigenti delle associazioni venatorie che, così operando, continuiamo a essere i «capponi» di manzoniana memoria, mentre la caccia è la sola riconosciuta attualmente vincente anche a livello comunitario.