Nuovo allarme dei vescovi: i Pacs scardinano la famiglia

Betori, segretario della Cei: «Sono necessarie invece politiche di sostegno come il quoziente familiare»

da Roma

Approvare i Pacs significa «scardinare» i valori della famiglia tradizionale. A meno di una settimana di distanza dalla prolusione del cardinale Camillo Ruini, che ha toccato diffusamente anche il tema del riconoscimento delle coppie di fatto, la Chiesa italiana torna su un argomento che le sta molto a cuore con le parole del segretario della Cei, monsignor Giuseppe Betori, intervenuto ieri mattina alla trasmissione «A Sua Immagine» su Raiuno, condotta da Andrea Sarubbi. Alla domanda sul perché la Chiesa consideri i Pacs – di fatto destinati soprattutto a una minoranza di coppie omosessuali – una minaccia per il matrimonio, il vescovo ha risposto: «Il problema è dei modelli. Se noi pensiamo di poter mettere accanto a quello della famiglia monogamica, fatta da un uomo e una donna che si mettono insieme per la vita perché vogliono il bene reciproco e della società, altri modelli che non hanno in sé tutti questi elementi, noi scardiniamo, rispetto al progetto di vita i valori che presentiamo ai giovani, alle nuove generazioni e alla società. Da questo punto di vista i modelli sociali entrano in concorrenza tra di loro e diventa difficile accettarne alcuni concorrenziali a un principio fondamentale come la famiglia».
Betori ha quindi osservato che sarebbe necessario, invece, porre in atto politiche di sostegno alla famiglia, ad esempio adottando il «quoziente familiare» francese che rende soggetto di imposta non è più l’individuo bensì la famiglia. «Questo è un esempio di quello che si potrebbe fare – ha osservato il segretario della Cei –. È l’indicazione che ci sono dei modi per venire incontro ai problemi della famiglia oggi, del formare una famiglia, di far figli. L’esempio della Francia è molto interessante; a prescindere da una visione ideologica, si è potuto fare qualcosa di serio per la famiglia e la natalità, senza scardinare i conti economici del Paese. A volte si dice che non si può far nulla per la famiglia perché ne andrebbe degli equilibri della Finanziaria. Invece la Francia ci dimostra che non è difficile farlo. Si tratta di fare le scelte giuste».
Un altro dei temi scottanti toccati nel corso dell’intervista è quello dell’eutanasia: «C’è una gran confusione nei linguaggi – ha osservato Betori – ed è difficile dialogare perché le parole prendono significati a seconda degli interlocutori. Da parte nostra è difficile rinunciare al principio del rispetto della vita dell’uomo che non è qualcosa che ci siamo creati noi, ma è un dono che fa Dio all’umanità. Io credo che in questo, come in altri ambiti, la politica vuole legiferare troppo. Su un tema come questo è difficile fare delle precise determinazioni da un punto di vista legislativo. Andrebbe piuttosto valorizzata la deontologia medica, il ruolo del medico nel rapporto con il paziente. Mi sembra che si voglia svuotare il ruolo del medico e si vuole affidare la questione all’arbitrio della persona, che poi è influenzata da influssi ideologici molto evidenti. Si mostra spesso l’immagine di Welby e non quella del medico Mario Melazzini, di Pavia, che ha la stessa malattia e vuole invece continuare a vivere».
Il segretario della Conferenza episcopale ha quindi risposto anche a una domanda sull’accusa di ingerenza: «Innanzitutto siamo un soggetto sociale come Chiesa e non capisco perché tutti gli altri soggetti sociali possono parlare meno che la Chiesa. Dobbiamo parlare anche per essere fedeli al Signore che ci ha mandato ad annunciare la sua parola e non capisco perché oggi non può essere annunciata in rapporto alle nuove situazioni. Abbiamo una visione dell’uomo e della società e vogliamo confrontarla con l’uomo di oggi e, come dice il Papa, cercare motivi di ragionevolezza intorno a questa visione perché possa essere condivisa anche dagli altri». Il vescovo ha quindi fatto notare che «c’è una vera laicità che significa il rispetto della fede, della ragione e delle espressioni della fede. E c’è un approccio laicista che appartiene al passato e che è legato a condizioni che hanno favorito un tempo l’anticlericalismo, ma che non smettono di inquinare una certa parte della cultura contemporanea in Italia».