Un nuovo Risorgimento

Fulmine e patria. Nella soffitta frantumata dal primo ritrovano luce medaglie avvolte in un fazzoletto con la dicitura «Redenta ed una per il valore dei suoi soldati» e la data del 3 novembre 1918. Spuntano lettere dove scopro che mio nonno Carlo ha combattuto eroicamente non solo per dovere, ma perché voleva una patria di cui essere orgoglioso. «Vinciamo e sperimentiamo» rispose all'amico che gli scrisse «nasconditi e salvati». In una scatola a fianco c'è il romanzo inedito di mio padre Mario datato 1947 ed ambientato nel 1945. Un partigiano del Partito d'Azione (lui) ribatte ad uno comunista eccitato: «Non è nostra la vittoria, non è Risorgimento». Forse per questo non lo pubblicò, rinunciò alla vita pubblica e si dedicò all'impresa. Ma in punto di morte, nei primi anni '90, mi disse: «Ora si può riavviare il Risorgimento, torna (dall'America) e fai qualcosa». Non capii, ma ora mi è chiaro e vorrei condividerlo.
Nel dopoguerra il pensiero socialista-comunista usò l'antifascismo per abolire l'identità nazionale a favore di quella internazionalista-sovietica. La Dc salvò la nazione, ma non riprese il progetto nazional-liberale risorgimentale. Mio padre percepì che all'esaurirsi della Guerra fredda diventava possibile dichiarare la fine del periodo della sconfitta e che l'Italia avrebbe potuto riscoprire il patriottismo come motore di riqualificazione. Probabilmente Berlusconi intuì la stessa cosa quando nel 1994 chiamò Forza Italia il nuovo partito. Ma, per ragioni elettorali comprensibili, lo dichiarò continuatore di De Gasperi più che di Mazzini e Garibaldi. Ora il nuovo centrodestra dovrebbe marcare di più il riferimento nazionale accanto a quello liberale per dotarlo di una missione storica e non solo «politica», quindi fortissima: compiere la 5ª fase del Risorgimento. Noi siamo una nazione giovanissima (1861) che non è ancora riuscita a risorgere pienamente dalla devastante crisi secolare (1500-1800) della penisola italica. Nel 1848 fu aperto il cantiere per la costruzione di un'Italia unita e forte. Ma dopo il 1918 lo Stato fu occupato da un nazionalismo irrazionale, nel 1943 si sciolse e dal 1945 ad oggi ha funzionato senza il sostegno di un progetto nazionale forte e positivo che limitasse il lussureggiamento degli interessi e, quindi, l'ingovernabilità. In altre nazioni la presenza di un patriottismo positivo di massa - America, Francia, Germania, Regno Unito - mantiene forte ed ordinata la democrazia dotandola di istituzioni basate sul primato dell'interesse nazionale. Per questo vanno dichiarati la fine del «periodo della sconfitta», delle sue conseguenze denazionalizzanti, ed il ritorno ad un codice progettuale che ci unisca nell'ambizione di costruire una patria di cui essere orgogliosi. I nostri nonni si sacrificarono per questo obbiettivo. I nostri padri, io ho 56 anni, furono travolti dalla sconfitta e poterono solo ricostruire l'Italia non il suo progetto risorgimentale. Grazie a loro ora noi figli possiamo riaprire il cantiere. Siamo in ritardo, ma se sentite anche voi, in tanti, quello che ho provato ritrovando il patriottismo ottimista di mio nonno e quello consapevole di mio padre allora possiamo ancora rientrare nella storia.
Carlo Pelanda
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