Un nuovo senatore a vita? No, aboliamo quelle nomine

di Paolo Armaroli

Santo Versace, deputato del Pdl e fratello di Gianni, ha avuto una bella pensata. Ha preso carta e penna e ha scritto una garbata letterina al presidente della Repubblica per chiedergli la nomina di Giorgio Armani a senatore a vita. In effetti, un posticino è rimasto ancora vuoto. I senatori a vita oggi sono solo quattro. E precisamente Giulio Andreotti, nominato da Cossiga, Rita Levi-Montalcini, Emilio Colombo e Sergio Pininfarina, nominati da Ciampi. Da quando Giorgio Napolitano ha assunto la carica di presidente della Repubblica non ha seguito l’esempio dei suoi predecessori e non ha provveduto a colmare il vuoto. Una facoltà, del resto, non un obbligo.
Può darsi che il capo dello Stato, tirato per la giacchetta di continuo, non sia insensibile al grido di dolore e proceda senz’altro alla nomina. Ma una cosa è altamente probabile: dopo aver provveduto eventualmente alla bisogna, non procederà alla nomina di ulteriori senatori. Già, perché si dà il caso che c’è un prima e un dopo. Tutti gli inquilini del Quirinale fino a Pertini hanno interpretato in modo univoco la Costituzione. Che all’articolo 59, capoverso, suona così: «Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Un ripescaggio dello Statuto albertino, che tra le ventuno categorie tra le quali il re nominava senatori a vita ce n’era una riguardante «Coloro che con servizi o meriti eminenti avranno illustrato la patria». A riprova che anche per quanto concerne le istituzioni nulla si crea e nulla si distrugge.
Ma veniamo a Pertini il castigamatti. I suoi predecessori hanno letto l’articolo citato nel senso che non più di cinque senatori a vita potessero contemporaneamente sedere a Palazzo Madama. Con la conseguenza che se durante il loro settennato avessero trovato tutti i posti occupati, non avrebbero potuto nominare altri senatori a vita in più. Pertini volle cambiare le carte in tavola. A suo avviso, ogni presidente della Repubblica avrebbe potuto nominarne cinque.
L’allora segretario generale del Quirinale, Antonio Maccanico, cercava di mettere una pezza alle mattane del suo datore di lavoro. E fece le cose per bene. Perciò nel 1984, in barba a una prassi consolidatasi in consuetudine, Pertini nominò due senatori in più. Per la precisione, Bo e Bobbio.
Solo Cossiga, nel biennio picconatorio, ne seguì le orme. Avrebbe voluto nominare senatori a vita anche Indro Montanelli e Nilde Iotti. Ma riscosse due no. I padri fondatori della Costituzione pensavano a geni che con il loro sapere illuminassero le menti dei professionisti della politica eletti a Palazzo Madama. Ma sono stati clamorosamente smentiti dalla realtà. Il contributo dei senatori a vita è stato alquanto modesto, per non dire deludente. Quasi sempre assenti in commissione e in aula, hanno parlato, quando hanno parlato, ogni morte di papa e non hanno lasciato nessuna impronta. Al punto tale che è legittimo domandarsi: conviene mantenerli o farne decisamente a meno?