Nuovo tonfo di Unicredit: -37% in tre giorni

L’aumento di capitale scatena le vendite allo scoperto. E lunedì il titolo potrebbe perdere ancora terreno

Milano Non c’è requie per Unicredit. Il crollo del titolo in Borsa non si è arrestato nemmeno ieri. Le azioni dell’istituto di Piazza Cordusio, nell’ultima seduta prima della partenza del maxiaumento di capitale da 7,5 miliardi (il più elevato per una banca italiana), hanno perso l’11,12% a 3,98 euro, un livello che non si vedeva dal settembre del 1988. In tre sedute le azioni hanno lasciato sul terreno oltre il 37% e la capitalizzazione si è ridotta a poco più di 7,5 miliardi: quelli che verranno chiesti al mercato dalla prossima settimana.

La flessione di Unicredit ha trascinato al ribasso tutta Piazza Affari, ma soprattutto il comparto bancario: Intesa e Bpm hanno ceduto il 4,3%, mentre Mps, Ubi e Banco Popolare hanno segnato cali superiori ai due punti percentuali. Eppure ieri le azioni della banca guidata dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni avevano avviato un timido tentativo di recupero e nel primo pomeriggio guadagnavano addirittura il 2,5%.

Acquisti di natura tecnica e, perciò, illusori. Nonostante la Consob stia monitorando l’andamento del titolo, non è stato possibile evitare la terza débâcle consecutiva. Gli hedge fund, piccoli ma feroci fondi speculativi, prendono in prestito le azioni dai grandi fondi di investimento e le vendono perché ogni aumento di capitale porta con sé una discesa. Si chiamano «vendite allo scoperto» e sono vietate, ma il mercato globale è pieno di dark pools (piscine torbide) dove gli operatori si scambiano le «figurine» senza farsi vedere dalla maestra. A questo si aggiungono le incertezze sulla sottoscrizione al 100% dell’aumento (garantita da 26 banche) da parte del mercato, ormai restio a investire anche un centesimo su Eurolandia.

La punizione del mercato eccede la responsabilità del management, «obbligato» dall’Authority di vigilanza europea (Eba) a ricapitalizzarsi per mettersi al riparo dal rischio del debito sovrano (Unicredit al 30 settembre aveva in pancia 40 miliardi dei nostri Btp). Si tratta pur sempre dell’unico gruppo italiano entrato nella lista delle 29 banche di interesse globale e meriterebbe più rispetto.
Purtroppo Unicredit, dopo aver perso il 56% nel 2011, è arrivata «appesantita» al momento fatidico. La diffidenza degli operatori verso tutto ciò che proviene dall’Ue è stata acuita dalle maxisvalutazioni (9,8 miliardi) effettuate nel terzo trimestre e con le quali si è definitivamente chiuso con la grandeur dell’era-Profumo.

Le banche del consorzio di garanzia dell’aumento, capeggiate da Merrill Lynch e Mediobanca, hanno pertanto preteso e ottenuto uno sconto elevato per piazzare le nuove azioni: 1,943 euro, ossia il 43% sul prezzo teorico dopo lo stacco del diritto di opzione (Terp, l’acronimo inglese) che martedì ammontava a circa 3,4 euro. Ieri lo sconto «virtuale» si era abbassato a un più prosaico 17 per cento.

Il conto è presto fatto: gli azionisti Unicredit da lunedì riceveranno per ogni azione in portafoglio 2 diritti per sottoscrivere i nuovi titoli a 1,943 euro. Dovranno perciò spendere 3,886 euro per due nuove azioni più quella vecchia. Fatta la somma e divisa per le tre azioni risultanti si ottiene il vero Terp: 2,622 euro. Ciò significa due cose. Primo: il valore delle azioni da lunedì si ridurrà ancora per allinearsi a quota 2,622.

Secondo: ogni diritto lunedì varrà 0,68 euro e chi non vorrà aderire all’aumento farà bene a vendere subito perché nelle due settimane di offerta il prezzo tenderà a zero. Analisti e broker si «sbottonano» solo dietro garanzia di anonimato. «Non c’è da attendersi un rialzo nel breve termine, ma a questi prezzi è diventato un titolo che potrebbe presentare opportunità», dice un esperto. «Alla fine, l’aumento di capitale ne rafforzerà il patrimonio e faciliterà aggregazioni successive» perché alla crisi sopravvivono solo gli Highlander. Come Intesa Sanpaolo e come Unicredit.