Obama investe nel Lingotto: "Farà rinascere Chrysler"

Il presidente: "Il gruppo italiano sa fare le auto pulite, che sono il nostro futuro". La bancarotta durerà al massimo due mesi

Un applauso, caloroso, prolungato. E finalmente tanti sorrisi. Quando, poco dopo mezzogiorno Barack Obama, in diretta tv, ha annunciato l’accordo con Fiat e la bancarotta controllata i lavoratori della Chrysler, dei concessionari e delle aziende dell’indotto non hanno trattenuto l’entusiasmo. L’incubo sta per finire. O meglio: i sacrifici accettati fino ad ora permetteranno di ripartire. Forse alla grande. Il presidente degli Stati Uniti ne è convinto: «Grazie all’alleanza con il gruppo di Torino, la Chrysler può non solo sopravvivere, ma prosperare e tornare ad avere un ruolo di primo piano sul mercato mondiale dell’automobile». Il futuro potrebbe essere addirittura «luminoso». Di certo vengono salvati 30mila posti di lavoro più altre migliaia che dipendono dall’ex grande di Detroit. E non è poco.
Obama si è presentato attorniato dai suoi consiglieri economici al gran completo e per una volta non ci sono state polemiche. Sebbene il governo americano dovrà sborsare altri 4,7 miliardi di dollari (oltre ai 3,5 già spesi), la maggior parte dell’opinione pubblica concorda sull’efficacia della manovra. L’intesa con Fiat è quella che costa meno al contribuente statunitense e presenta le maggiori chance di successo.
Per questo Barack ieri è parso assai tonico, quasi euforico. Fiat merita fiducia, perché «ha dimostrato di essere in grado di costruire le auto pulite che sono il futuro dell’industria automobilistica». E «si è impegnata a trasferire miliardi di dollari di tecnologie di avanguardia a Chrysler». Anzi, il trasferimento in parte, sarebbe già avvenuto, ha dichiarato Barack, rafforzando l’impressione che la procedura di liquidazione pilotata verrà conclusa nei tempi previsti ovvero entro trenta, massimo sessanta giorni. Dunque «sarà rapida», perché i principali creditori hanno già trovato l’accordo.
Il capo della Casa Bianca ha elogiato le grandi banche che hanno accettato di rinegoziare il debito, il sindacato che ha accettato grandi sacrifici sulle pensioni, i salari e altre forme di assistenza sociale, gli azionisti e l’ex partner Daimler, ma ha condannato con parole durissime «un piccolo gruppo di speculatori», la cui ostinazione ha reso necessario il ricorso al fallimento controllato.
«Io sto con i lavoratori della Chrysler, ma non con gli hedge fund che hanno rifiutato l’accordo» ovvero circa venti società finanziarie, che però ieri hanno respinto le accuse, rilevando che l’amministrazione ha trattato solo con JP Morgan Chase, Citigroup, Goldman Sachs e Morgan Stanley, che detengono il 70% dei quasi 7 miliardi dei prestiti di Chrysler, rifiutando qualunque contatto con gli altri, che sarebbero stati messi di fronte al fatto compiuto: prendere o lasciare. Hanno detto no e ora toccherà al giudice liquidare la vecchia Chrysler e farla rinascere.
Non è detto, tuttavia, che il processo sia rapido. La legge americana permette ai creditori dissenzienti ampie facoltà di contestazione e la trafila rischia di essere più lunga e tormentata di quanto auspicato dal presidente.
Le fabbriche comunque rimarranno aperte e la Gmac, la società finanziaria della General Motors subentrerà a quella della Chrysler per garantire i crediti necessari a far ripartire le vendite automobilistiche, ancora agonizzanti. Crediti che sarà lo Stato a rifornire, una volta di più e non solo in questo settore. Non c’è crescita se non si riattivano i consumi, che rappresentano il 70% del Pil americano. «E ora comprate americano» ha implorato Obama. E dunque, tra qualche mese, anche le Cinquecento, le Alfa Romeo, le Lancia, rigorosamente Made in Usa.
In questo strano 2009, sono gli americani a voler fare gli italiani. Chi l’avrebbe mai detto?
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