Ma Obama non è il Kennedy dei neri

Tra le follie della nostra classe dirigente e dei suoi declamatori, chiusi nel proprio microcosmo, convinti che l’Italia, anzi Roma, sia l’oceano, quando è al massimo un lavandino, c’è quella di credere pervicacemente che la realtà del resto del mondo sia quella che loro si prefigurano, e di stupirsi se così non accade. Così domenica sera, praticamente tutti i tg e gli speciali tv approntati per il ballottaggio in Francia erano stati organizzati nella convinzione, consapevole o no, che Ségolène Royal avrebbe vinto. È finita, nell’imbarazzo generale, che si è parlato più della perdente che del vincitore, e lo spettacolo non è stato edificante.
NUOVA ICONA La lezione non servirà, lo stesso vizio surreale e tirannico già si esercita, e imperverserà nei prossimi mesi, su un altro aspirante candidato, l’americano Barack Obama, già eletto in Italia almeno a idolo del centro sinistra, di più, il fratello gemello di Walter Veltroni. Obama, al pari della Royal, è un politico di ottimo livello, ce ne fossero da noi, o gli lasciassero tirar fuori la testa, quando ci sono. Ma non è il pacifista new age che qui si rappresenta, i suoi discorsi sulla politica estera e sulla difesa della patria lo testimoniano, non è neanche l’uomo del 2008, piuttosto un brillante professore di legge, ancora scarso di esperienza politica e del partito democratico, non è il nero povero del ghetto che guiderà la riscossa delle classi disagiate, anzi i neri non lo considerano uno di loro e i più radicali lo hanno in vero dispetto. Infine, Obama non è in pericolo di vita più di quanto non lo sia qualunque aspirante candidato alla presidenza degli Stati Uniti, e ha chiesto e ottenuto una scorta federale per ragioni di ordinaria sicurezza e anche di status symbol, non perché abbia ricevuto minacce concrete. Tra gli slogan a favore di Obama campeggia il no alla guerra in Irak, che invece Hillary Clinton, e con lei la stragrande maggioranza dei democratici, votò nel Congresso nel 2003. Barack non ha votato perché non era stato ancora eletto, è senatore dell’Illinois da novembre del 2004, quando fu rieletto George Bush. La sua diversità è dunque solo virtuale.
NON È PACIFISTA Parlando di recente al Chicago Council on Global Affairs, ha detto che «gli Stati Uniti devono stare alla guida del mondo per combattere il Male che abbiamo di fronte e conquistare il Bene», perché «l’America è il leader del mondo libero». Per costruire la democrazia, ha spiegato, «non basta deporre un dittatore e organizzare libere elezioni», serve «una legislatura forte, un potere giudiziario indipendente, il peso della legge, una società civile vivace, stampa libera, polizia pulita». «Dobbiamo costruire le basi degli Stati più deboli, dar loro il necessario per ridurre la povertà, organizzare comunità sane e istruite, sviluppare i mercati, generare ricchezza, combattere il terrorismo, fermare la proliferazione delle armi mortali». A questo scopo Obama propone di raddoppiare la spesa annuale da 25 a 50 miliardi di dollari, entro il 2012. Propone anche di aumentare il bilancio della Difesa, già a 500 miliardi di dollari, di reclutare altri 65mila soldati e 27mila marines. Perché, spiega, l’esercito americano «deve essere pronto all’attacco, da Gibuti a Kandahar, e la capacità di mantenere gli stivali sul terreno sarà decisiva per eliminare le organizzazioni terroristiche». Infine, ma basta a spiegare l’Obama pensiero, «nessun presidente dovrebbe esitare a usare la forza unilateralmente se fosse necessario, non solo per proteggerci in caso di attacco, ma per proteggere i nostri interessi nazionali, se li ritenesse minacciati». Robert Kagan, columnist della Washington Post, nota che nei discorsi del candidato ricorrono i termini «Stati canaglia», «dittatori ostili», «alleanze in grado di intimidire», ma non viene usata mai la formuletta «Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Certo, la stessa disinvoltura muscolare Obama non l’ha sfoggiata nel primo pubblico dibattito in South Carolina fra aspiranti democratici, e si è fatto surclassare da Hillary Clinton. Lì è venuta fuori tutta l’inesperienza politica dell’uomo, che alla domanda «come risponderebbe a un attacco terroristico», non è riuscito a rispondere subito «con un’azione militare», si è arrampicato sugli specchi, poi l’ha detto. È un ottimo retore, ma il format rigido dei dibattiti che lo aspettano lo blocca, e gli manca il coraggio indispensabile per la leadership.
CANDIDATO AL MICROSCOPIO Qualche difficoltà la incontrerà anche a dover spiegare i rapporti di affari con un imprenditore di Chicago accusato di truffa. Lo scrutinio tremendo che accompagna il percorso di un aspirante presidente è appena iniziato: i conti bancari, le proprietà della moglie, l’uso di cocaina da giovane, il vizio delle sigarette ostinatamente negato, l’entusiasmo per lo sfruttamento del carbone, come vuole la lobby del suo Stato, il secondo nome, Hussein, il sospetto su un’educazione musulmana in Indonesia. In fondo, l’ultimo dei problemi di Obama è la pelle nera, anzi semi nera. È difficile da spiegare fuori dagli Stati Uniti, ma black è considerato solo un discendente di schiavi, black è il pregiudizio e il tormento della società americana, e Obama black non è. Ha una mamma bianca middle class, il padre lo ha appena conosciuto, ed era arrivato dal Kenia non da emigrante, ma come privilegiato studente di college. In Indonesia c’è andato con il secondo marito della madre, un indonesiano, lì avrebbe frequentato la scuola coranica. Poi è tornato negli Stati Uniti dai nonni, bianchi, materni. Ha frequentato ottime scuole, è professore di legge a Harvard, le radici keniote le ha rispolverate solo negli ultimi mesi. Lo amano Halle Berry e Oprah Winfrey, black miliardarie, ma quando va nei quartieri neri poveri, e legittimamente parla ai giovani di abbandonare armi e droga, provare a studiare e lavorare, crogiolarsi di meno nelle liriche criminali rap, riceve mugugni, critiche e qualche minaccia, perché «acts like a white», si comporta come un bianco.
SOTTO SCORTA Obama non può farcela contro Hillary Clinton, che vale per due, e neanche contro John Edwards o Joe Biden. Il super Tuesday, il primo martedì di febbraio 2008, giorno di primarie importanti, lo dimostrerà. Però è un uomo politico che crescerà, soprattutto se non sarà più oggetto dell’amore cannibale dei media liberal americani, seguiti a ruota dalle proiezioni fantastiche della sinistra italiana. Ha raccolto molti soldi e grande attenzione, l’attenzione genera pericolo, per questo, su sua richiesta, è già sotto protezione del Fbi, con nove mesi di anticipo sulla data consueta. La legge lo consente proprio sulla base dei fondi acquisiti e della visibilità, Hillary la scorta l’ha sempre avuta perché è stata first lady. It's a long way, è lungo il cammino per Pennsylvania Avenue. Una cosa è certa: se si votasse domani, sarebbe Clinton contro Giuliani, il sindaco d’America vincerebbe e i nostri tg e relativi speciali soffrirebbero come hanno sofferto per Parigi.