"Lo odio troppo...". Ora Tartaglia rischia tre anni

L'aggressore del premier in carcere a San Vittore: &quot;Ho fatto tutto da solo&quot;. Premeditato? &quot;Forse sì&quot;. Poi scrive una lettera di scuse: &quot;Sono stato un vigliacco&quot;. Le testimonianze di chi era in piazza Duomo: <strong><a href="/interni/lettera_1/15-12-2009/articolo-id=406924-page=0-comments=1">lettera 1</a></strong>/ <strong><a href="/interni/quel_pazzo_era_davanti_me_e_ha_fatto_tutto_fuggire/15-12-2009/articolo-id=407130-page=0-comments=1">lettera 2</a></strong>

Milano - «La personale, alta insofferenza che nutro verso Silvio Berlusconi, la sua politica e il suo partito». Così, all’inizio del verbale firmato nella notte di domenica davanti al procuratore aggiunto Armando Spataro, Massimo Tartaglia indica senza mezzi termini il movente del suo attacco contro il capo del governo. Una confessione piena, e non poteva essere altrimenti, in cui Tartaglia non si dichiara affatto pentito, e anzi spiega e ribadisce le ragioni del suo gesto.
È la sua confessione, da questo punto in avanti, il blocco di partenza dell’inchiesta e del processo. Un’inchiesta e un processo che sarebbe già chiusa e un processo già chiaro nei suoi esiti possibili - con un Tartaglia destinato a scontare un periodo di carcere piuttosto breve - se su tutta la vicenda giudiziaria non pesasse l’incognita dello stato mentale dell’indagato. Che, anche ne corso dell’interrogatorio, appare a chi gli sta davanti assai precario. E che in serata scrive una lettera di scuse al premier «per un atto superficiale, vigliacco ed inconsulto».

Scena dell’interrogatorio, la stanza - al terzo piano della questura milanese - di Bruno Megale, capo della Digos. A condurre è Armando Spataro, capo del pool antiterrorismo della Procura milanese, con accanto Megale e il comandante del reparto informativo dei carabinieri, Andrea Chittaro. Tartaglia appare frastornato, ma non abbastanza da non capire di essersi ficcato in un guaio dall’eco planetaria. Ma non si rimangia niente. Parla delle sue convinzioni politiche. Racconta qualche dettaglio del suo odio verso il premier, «perché non ci spiega come ha fatto i soldi», affastella confusamente buona parte degli argomenti consueti della polemica anti-Cav.
Poi si entra nei dettagli del pomeriggio di domenica. E qui si direbbe che lo sfasamento non impedisca a Tartaglia di capire che se vuole limitare i danni deve almeno evitare l’aggravante della premeditazione. In tasca gli hanno trovato un piccolo campionario di oggetti il cui unico senso, in quelle circostanze, è l’utilizzo come armi improprie: un lungo e acuminato pezzo di plexiglas, un pesante posacenere da tavolo, un grosso crocifisso, uno spray urticante. Che voleva farne? «Ero uscito per venire al comizio, avevo letto che nei giorni precedenti c’erano stati degli scontri (si riferisce probabilmente ai tafferugli nei cortei del 12 dicembre) e volevo potermi difendere», mette a verbale.

Giura di essersi mosso da solo, «non avevo contatti». E quando gli chiedono se quando ha comprato il souvenir aveva già in mente di usarlo come arma contro Berlusconi, la sua risposta è disarmante: «Un po’ sì, un po’ no». Peccato che, intervistati da «Striscia la notizia» saltino fuori due testimoni che raccontano di come, in attesa dell’arrivo del premier, un tizio con l’aria da matto annunciasse pubblicamente con aria minacciosa che «stava aspettando il premier». «Abbiamo avvisato un poliziotto - raccontano i due - ma lui stava telefonando e ci ha detto solo di chiamare il 113».

Al termine dell’interrogatorio, domenica notte, Tartaglia viene spedito a San Vittore, in isolamento al centro clinico, sotto sorveglianza 24 ore su 24 per evitare che si faccia del male. Ieri mattina Spataro chiede al giudice preliminare la convalida dell’arresto e l’emissione di un ordine di custodia in carcere per il reato di lesioni aggravate. Quali siano i motivi che impediscono la sua scarcerazione appare così ovvio che Spataro non sta neanche a indicarli nel dettaglio. Lo stato di esaltazione ideologica di Tartaglia, ritiene il pm, è tale che potrebbe spingerlo a colpire ancora un altro obiettivo, o darsi alla fuga. Entro oggi un giudice preliminare deciderà se accogliere la richiesta della Procura e tenerlo in carcere.

E poi? Paradossalmente, le prospettive più fosche per il 42enne imprenditore di Cesano Boscone potrebbero arrivare se venisse dichiarato infermo di mente, perché rischierebbe di venire inghiottito da un meccanismo di trattamenti sanitari obbligatori e di manicomi giudiziari di durata incalcolabile. Mentre se il processo dovesse seguire il suo corso normale le conseguenze sarebbero relativamente lievi. Qualche settimana di carcere cautelare, poi il processo per lesioni. Per questo reato la legge prevede una pena massima di tre anni di carcere, che salgono a quattro in caso di circostanze aggravanti (e qui ci sono sia la premeditazione che l’aver colpito un pubblico ufficiale).

Però se Tartaglia sceglie il patteggiamento o il rito abbreviato, si ritorna di nuovo ai tre anni, o anche sotto. Quanto basta al lanciatore di cattedrali per evitare il carcere e restare libero, consegnato ai servizi sociali e ai propri fantasmi.