Odissea a Roma: non lo ricoverano per 5 volte "E' solo mal di schiena". E il muratore muore

Un altro caso di malasanità. A Roma l’assurda fine di un muratore di 51 anni respinto più volte dai medici. Gli avevano addirittura ordinato di non "disturbare" più il 118. La Procura ha aperto un'inchiesta dopo la denuncia della famiglia

Roma - Aveva capito che stava per morire e supplicava i dottori di aiutarlo. Ma per cinque volte, in quattro ospedali diversi, gli è stato negato il ricovero nonostante in un secondo momento il suo medico di famiglia lo avesse prescritto. Un’odissea tra Subiaco, Tivoli e Roma, ultima tappa il Policlinico di Tor Vergata, dove Giorgio Manni, 51 anni, muratore, ai domiciliari per una piccola storia di droga, è deceduto il 15 luglio dopo che altri sanitari, una settimana prima, avevano invitato sua sorella a non ingolfare il pronto soccorso e a non chiamare il 118.
La magistratura ha aperto un’indagine per accertare se questa tragedia si poteva evitare, verifiche sono state disposte anche dal presidente della Regione Lazio Renata Polverini. Il presidente della commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha chiesto ai Nas di acquisire i documenti. «È inaccettabile che un malato sia obbligato a cercare assistenza spostandosi di ospedale in ospedale per trovare da solo una soluzione», osserva Marino. Oggi si terrà l’autopsia. Certo i fatti così come li raccontano i familiari fanno rabbrividire. Perché non soffermarsi di più su quell’uomo che urlava per i dolori insopportabili? Perché tanta fretta nel rispedirlo a casa invitandolo a curarsi da solo? Da un mese il muratore aveva delle forti fitte alla schiena, le iniezioni non gli davano alcun sollievo. Il primo appuntamento libero per la necessaria risonanza magnetica è il 30 luglio. Il dolore, nel frattempo, si sposta ai reni, respirare è sempre più difficile. Il 4 luglio la sorella Teresa, che ha un chiosco bar a Rocca Canterano, un paesino in provincia di Roma, decide di chiamare il 118. Prima, però, avverte come necessario i carabinieri. Al pronto soccorso di Subiaco il medico diagnostica a Manni una «lombosciatalgia resistente a terapia medica» e lo rispedisce a casa con quattro punture da fare ogni giorno. Ma non fanno effetto e l’8 luglio l’ambulanza viene richiamata. Si ferma sempre al pronto soccorso di Subiaco, dove al paziente viene prescritta di nuovo la stessa inutile terapia. Qualcuno si preoccupa anche di mettere nero su bianco la seguente incredibile risposta: «Si ribadisce l’assolutà incongruità di accessi in pronto soccorso, ancora più se effettuati utilizzando il servizio 118». Come dire si prega di non abusare del servizio di emergenza se non in casi di effettivo bisogno. Manni invece stava male davvero e nessuno lo ha capito. Anche se lui continuava a gridare «sto morendo, non riesco a respirare, perché non mi ricoverano?». Il 9 luglio è la guardia medica a suggerire di andare al pronto soccorso di Tivoli. Questa volta, visti i precedenti, niente ambulanza, si va in macchina. Ma anche qui stessa diagnosi e stessa terapia. L’uomo, però, continua a soffrire e i familiari non se la sentono di riportarlo a casa. Pensano che a Roma, in un grande ospedale come l’Umberto I, le cose si possano mettere meglio. Invece, di nuovo, nessuno ritiene opportuno trattenerlo. L’indomani mattina, con in tasca una richiesta di ricovero firmata dal medico di base, il muratore si presenta al Cto. Una vista, qualche esame, e via, a casa, con i dolori che non gli danno tregua e il respiro che si fa sempre più flebile. «Ci hanno detto di comprare una bombola di ossigeno - racconta la sorella - ma ogni notte Giorgio stava peggio. Quella notte l’ho passata ad accudirlo, al mattino però è diventato cianotico, ho capito che stava morendo e ho chiamato il 118». Al pronto soccorso di Subiaco perde conoscenza, finalmente gli assegnano un codice rosso, ma ormai è troppo tardi. Quando viene trasferito a Tor Vergata per essere operato ha un versamento polmonare e la situazione è ormai compromessa.