"Oggi mi laureo..." ma non era vero: Studentessa venticiquenne suicida

Milano, mentre i parenti preparano la festa di laurea, lei, studentessa di 25 anni, si getta nel vuoto. Mai presentata la tesi alla Bocconi. E lei non ha retto alla vergogna

Milano - Si è tolta la vita, lanciandosi dal balcone di casa sua - un appartamento al quarto piano - perché aveva detto a tutti che oggi avrebbe discusso la sua tesi di laurea, ma non era vero: le mancavano ancora degli esami per raggiungere quel traguardo. Ada B., 25 anni, campana, studentessa all’università Bocconi, ieri alle 14.30, ha deciso che non poteva più mentire a se stessa e soprattutto agli altri. Ai parenti che oggi si sarebbero recati all’ateneo per festeggiarla. E proprio sotto gli occhi di un amico venuto appositamente a Milano dal Sud per celebrare il lieto evento, la ragazza si è lanciata nel vuoto.

Quando l’ambulanza del 118 e la polizia sono arrivate sul posto - un palazzo di via Gian Galeazzo, al Ticinese - non c’era più niente da fare, ma il movente di quel suicidio non era ancora chiaro. Perché una ragazza - all’apice della sua giovinezza e del suo primo, massimo traguardo, conseguito peraltro in un’università tanto prestigiosa - avrebbe dovuto decidere di togliersi la vita e a quel modo? Qualche ricerca, qualche controllo nell’abitazione, hanno confermato la timida ipotesi fatta dal giovane amico appena giunto dalla Campania e che si trovava in casa solo con lei al momento del suo suicidio. «Forse non aveva finito gli esami e l’annuncio della discussione della tesi di laurea era fasullo - aveva abbozzato sconvolto il giovane, che aveva visto coi suoi occhi l’amica lanciarsi nel vuoto -. Forse Ada ha trascinato questa assurda bugia finché ha potuto, poi non ce l’ha più fatta».
Storie drammatiche legate all’incapacità discutere la tesi di laurea dopo aver annunciato al mondo la fatidica data ce ne sono parecchie.

Il 6 luglio 2006 un giovane trevigiano, Stefano Fier, 28enne di Nervesa della Battaglia, si è ucciso gettandosi dal nono piano. Studente di Ingegneria, si era convinto di non essere in grado di arrivare alla laurea: doveva discutere la tesi il 27 luglio, ma gli mancavano tre esami, che finora non era riuscito a superare. E invece di rinviare la discussione si è tolto la vita. Si è barricato nel bagno di un ambulatorio e si è gettato. Ha lasciato un biglietto: «Sono stanco di convivere con la mia paura di dire la verità».

Il 27 marzo dell’anno scorso è stata la volta di Nicola Pescatori, un 35enne figlio unico, originario di Avellino che doveva discutere la tesi di laurea in informatica presso l’Università di Palermo. Si stava già recando in facoltà in auto, insieme ai genitori quando, con una scusa, ha fatto fermare la vettura, affermando di essersi dimenticato qualcosa a casa. Dov’è tornato per scrivere un biglietto di scuse ai genitori. Poi si è tolto la vita con un colpo di pistola alla tempia.
Forse, però, l’episodio più agghiacciante è quello che riguarda il genovese Stefano Diamante. Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1999, a 24 anni, Diamante, che non si sarebbe laureato il giorno dopo come aveva raccontato, uccise la madre, Silvana Petrucci, con due colpi di martello alla testa e conficcandole per ben 4 volte un coltellaccio da arrosto nella schiena. Secondo i giudici, che lo hanno condannato a trent’anni di carcere, l’omicidio della donna da parte del figlio è stato «pensato, programmato e premeditato». Ma Stefano Diamante continua a fingersi pazzo.